IL SENSO DELLA SPERANZA

ANGELO 2 LANZINI
“Angeli” di Laura Lanzini

La “speranza” è al centro di un interessante editoriale scritto da don Piero nel maggio del 2015 a conclusione di un anno di lavoro dedicato a questo tema a favore di una comune crescita umana e spirituale. In linea con questo principio e in considerazione del valore dell’argomento, sempre di estrema attualità, lo riproponiamo nel nostro blog, in modo da renderlo fruibile anche per chi non abbia avuto occasione di leggerlo nella circostanza della pubblicazione del volume “IN CAMMINO”, Testimoni di speranza nel nostro tempo.

DI DON PIERO MALVALDI

Il volume raccoglie dodici interviste sul tema della speranza cristiana, curate da Silvia Cecchi e pubblicate sulla rivista parrocchiale “I quaderni della propositura” tra l’aprile del 2014 allo stesso periodo del 2015.

Presentando allora l’argomento (cfr. Editoriale pag.3, anno II, n. 4) scrivevo che il motivo di fondo per il quale lo avevo suggerito stava nell’aver individuato uno stato di profondo smarrimento presente in tante persone, anche credenti e praticanti, incapaci però di orientarsi tra le molteplici difficoltà, politiche, sociali e religiose, dei nostri tempi.

Aggiungevo che solo la speranza cristiana poteva offrire soluzioni al riguardo e riportavo a conferma una bella espressione di C. Peguy per il quale la Speranza, “sorella minore”, sovente anima e tiene per mano le “sorelle maggiori”, cioè la Fede e la Carità.

Sono tornato sull’argomento anche nelle omelie dell’estate scorsa proponendo ai fedeli presenti in chiesa, in modo piuttosto articolato, delle riflessioni sul tema a partire da certe osservazioni offerte dalla antropologia filosofica laica.

La prima di queste osservazioni rileva giustamente che l’esperienza di vita di ogni uomo è intrisa di speranza perché, perennemente scontento del presente, tende nell’immaginario a un futuro diverso, felice, in cui tutti i desideri si potranno realizzare.

Solo che di fronte alla constatazione storica del fallimento dei vari progetti umani ma soprattutto nell’impatto con la morte, l’anti-speranza per eccellenza, che smentisce brutalmente qualsiasi pretesa di disporre del proprio futuro, si arriva fatalmente allo sconforto e all’angoscia.

La seconda è che nel fondo più segreto della speranza umana, quindi nell’intimo del cuore, si affaccia in modo prepotente (e imbarazzante per chi vorrebbe razionalizzare ogni aspetto dell’esperienza umana, inclusi i sentimenti) un bisogno di eternità, di una vita oltre la vita.

Questa opzione-trascendenza, così la definiscono i filosofi, richiama pure, anche se a livello di mera ipotesi, l’esistenza di un non meglio precisato Essere superiore arbitro dei destini dell’umanità.

La speranza laica non va oltre, sfociando facilmente nel pessimismo. Così ad esempio nell’esperienza di Leopardi che in una celebre pagina dello Zibaldone confessa la propria speranza: “Noi speriamo sempre e in ciascun momento della nostra vita […]; ogni momento è in certo modo un atto di desiderio e altresì un atto di speranza” (4145) salvo poi finire nella disperazione e nel pessimismo totale!

La speranza cristiana è altra cosa, intanto perché si rifà a un Dio persona e poi a un Dio che si rivela, cioè si fa conoscere, attraverso delle promesse, sempre anche se non immediatamente mantenute.

La risposta al Dio che promette è la “fiducia” in Lui: fiducia che è al contempo dono di Dio e conquista dell’uomo. Mentre la forza spirituale (ugualmente dono e conquista) per il popolo dei credenti in cammino verso la realizzazione della promessa è la “speranza”.

Basta aprire la Bibbia per vedere come la religione della promessa sia anche la religione della speranza.

Abramo, ad esempio, padre dei credenti, si incammina verso l’ignoto forte soltanto della promessa di una terra meravigliosa, sale la montagna per il sacrificio dell’unico figlio, accogliendo la promessa di una futura moltitudine: è chiaro che in entrambi i casi il suo cammino di credente, anche quello doloroso verso la vetta della montagna è sostenuto dalla speranza.

Così il lungo cammino del popolo d’Israele nel deserto verso la terra “promessa” non sarebbe stato possibile senza la speranza di vedere realizzata, come poi di fatto avverrà, la promessa di Dio.

Tutto l’antico testamento presenta continue promesse da parte di Dio alle quali il popolo sempre risponde: “Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola” (cfr. Salmo 130) pur con eccezioni di debolezza e di infedeltà che produrranno conseguenze nefaste.

Con l’avvento storico di Gesù di Nazareth si adempiono le promesse veterotestamentarie: in Lui risuscitato e nel dono dello Spirito Santo il Regno di Dio è ormai presente, ma il tempo dell’attesa non è concluso.

Manca ancora che si realizzi l’ultima promessa e cioè quella del suo ritorno finale nella gloria. Resta ancora una lunga attesa e dunque per il credente il cammino continua e con quello continua il tempo della speranza.

È una speranza bella, fonte di gioia.

Pensando a certe promesse quali “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue avrà la Vita” il cuore dei mistici brucia d’amore (vedi Padre Pio o Gemma Galgani per citare personaggi familiari alla nostra comunità del Forte), e non aspetta altro che l’incontro con Lui.

Ma anche il nostro cuore, sebbene non siamo mistici, resta emotivamente coinvolto e il cammino si fa lieve e la speranza diventa quasi…certezza!

Con tutto questo non mancano al credente motivi o occasioni di forte sofferenza o dubbio.

Questo ritorno glorioso atteso per secoli nella speranza si realizzerà o non sarà un’attesa senza fine come nel celebre “Aspettando Godot” di Beckett in cui purtroppo Godot non arriva mai? E ancora: quante generazioni hanno gridato con fede “Maranathà, vieni Signore Gesù” senza ottenere risposta. La speranza resta, è vero, ma subentra, sottile, un senso di viva angoscia che si trasforma, fatalmente, in rassegnazione.

È la triste esperienza di questi brutti giorni: i tragici attentati terroristici, l’annientamento delle comunità cristiane in Medio Oriente, il malaffare che dilaga, la trasformazione del vizio in virtù, tutto questo ha prodotto nel nostro animo di credenti una viva preoccupazione per il futuro e una profonda frustrazione, non riuscendo a percepire segni di cambiamento.

A deprimerci ancora di più ci si è messo il vento, che ha sradicato alberi e scoperchiato i tetti tanto da sfigurare il paese.

Dobbiamo riconoscere con molta sincerità che una certa qual inquietudine ha colto anche i più aperti alla fiducia in Dio e i più forti nello sperare le Sue promesse.

Cosa dire a questo punto, oltre i soliti richiami “alla croce” che spesso sconfinano nel masochismo, tipici di una certa predicazione, richiami che impauriscono il credente e provocano il non-credente.

Intanto c’è da dire che anche quando le promesse tardano a realizzarsi la speranza deve restare: “Si chiuda questa testimonianza, si sigilli questa rivelazione nel cuore dei miei figli. Io ho fiducia nel Signore (anche se) ha nascosto il suo volto e spero in Lui” (Isaia 8, 16-17).

Il cammino dunque deve continuare con dignità e coraggio accogliendo volentieri la presenza degli altri.

Come dice Papa Francesco: “Si deve camminare insieme: la gente, i vescovi e il Papa” certi della presenza del Signore Gesù nella Parola, nell’Eucarestia e nel volto dei fratelli, in modo che il più debole possa essere aiutato dal più forte.

Proprio la presenza di Gesù nei tratti di chi ci ama, di chi vuol essere amato e ancor più di chi deve essere amato perché piccolo, povero, sofferente diventa fonte di speranza e antidoto sicuro contro paura e scoramento.

Paradossalmente finché ci sarà un fratello disperato, il cammino di chi spera non si fermerà.

Per dono di Dio non mancano anche oggi uomini e donne, laici e consacrati, pronti a riconoscere il Signore e quindi disposti a tendere la mano e a farsi carico dei propri fratelli: persone all’apparenza fragili, ma in realtà fortissime nel vivere la speranza e nel farne partecipi con semplicità e amore gli altri. Altri che si chiamano di volta in volta divorziati, profughi, carcerati, drogati, lontani dalla fede ecc.

Verrebbe da chiamarli “maestri”, ma visto che il nostro è un cammino è meglio chiamarli “pellegrini”; pellegrini di speranza perché, come dice S.Paolo (cfr. Filippesi 3, 14 e Seconda Lettera ai Corinti 5, 6-8) vivono “protesi in avanti” a indicare con sicurezza la meta, la “patria del cielo”.

 

Aprile 2015

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