AL COMANDO TRA GLI OCEANI

Il capitano di lungo corso superiore Giuseppe Foffa ha solcato le acque che dividono i continenti affrontando tempeste, conflitti e circostanze impreviste. Ha mantenuto sempre saldo il comando delle navi, consapevole della sua responsabilità non solo verso l’armatore, ma anche nei riguardi del suo equipaggio e delle famiglie che dipendevano dai suoi uomini. Il suo grande amore per il mare è stato fortificato dall’affetto per la famiglia e dalla fede, suoi riferimenti anche nel momento del rischio.

di Silvia Cecchi

“In cielo Dio, a bordo il comandante”, il detto dei marinai fa rifermento alla davvero grande responsabilità di colui che ha il ruolo di condurre una nave attraverso le acque, con tutto il suo carico umano e terreno, fronteggiando tanto le intemperie quanto le circostanze determinate dalle vicende storiche del momento.

Il capitano di lungo corso superiore Giuseppe Foffa, classe 1932, è diventato comandante a soli ventinove anni. Fortemarmino con alle spalle una famiglia dalle grandi tradizioni marinare, ha condotto una delle più grandi navi a livello europeo, è stato presente con il suo equipaggio in Vietnam durante la guerra, ha sfidato violente tempeste in tempi in cui i sistemi per le previsioni atmosferiche non erano certamente quelli di oggi e non c’erano i navigatori satellitari. La sua carriera è il risultato di una vera passione per il mare, in cui la disciplina, la determinazione e l’impegno sono stati tratti fondamentali.

Meteorologia, astronomia, diritto navale e civile, medicina, geografia, elettronica ed elettrotecnica sono alcune delle materie di studio essenziali per chi lavora in mare: “Il comandante – spiega Foffa – deve sapere fare tutto, deve controllare sempre tutto. La nave diventa la sua casa, ecco perché può comandare”. Quando era in viaggio riceveva regolarmente il marconista, il direttore di macchina, il primo ufficiale, il cuoco: tutto passava dalla sua supervisione. Proprio la sua dedizione al lavoro lo aveva portato nel tempo a prendere pratica anche di mansioni che non erano di sua stretta competenza, così da avere padronanza di ogni mezzo in caso di emergenza. La cosa non è di poco conto e si capisce bene quando ci racconta che una volta, durante uno dei suoi viaggi, il responsabile della stazione radio venne colto da infarto: “Grazie al fatto che mi ero impratichito dello strumento riuscii, con alcune indicazioni del mio marconista, a utilizzare l’impianto e a mettermi in contatto con il centro italiano radiomedico”.

Il ruolo di prestigio che ricopre il comandante dipende dalla responsabilità che questo è chiamato ad assumersi di fronte certamente all’armatore, ma anche al suo equipaggio e alle vite di tutte le famiglie che dipendono dai suoi uomini. Gli chiediamo se e quanto gli abbia pesato questo compito, nonostante la soddisfazione di aver raggiunto un incarico di vertice: “Prendere le decisioni non è certamente una cosa da poco, ma il comandante deve avere questa capacità, sennò che comandante è? Quando si verificavano situazioni particolarmente complesse, come l’arrivo di violente tempeste, riunivo gli altri ufficiali e li consultavo, ma alla fine la decisione era mia”.

Ma non aveva paura? “Sarò incosciente, – ci risponde – ma non ne avevo. Forse non ci si pensava. Di certo posso dire che non ricordo di essermi mai addormentato senza dire le orazioni, così come faccio tuttora. Anche nel momento del pericolo la mia Ave Maria l’ho sempre detta. E ho sempre pensato ai miei morti”.

La fede è stata un elemento fondamentale nella vita del comandante Foffa, particolarmente devoto alla Madonna Addolorata, patrona di Forte dei Marmi, e alla Madonna di Montenero, cui si è affidato in tanti momenti difficili. Tra questi, in particolare, l’ufficiale ricorda le suppliche per il padre disperso in mare per tre mesi, le preghiere rivolte al Cielo in occasione di serie difficoltà di salute in famiglia e di lavoro. “Secondo me nell’uomo di mare è insito il pensiero di Dio. Di fronte a nottate difficili, con tempo cattivo e mare rotto, l’unico ‘aggrappo’ è quello. Ma anche quando si vedono quei cieli stellati meravigliosi la mente non può che correre a Dio”.

Giuseppe e Miria Foffa

Durante il nostro colloquio la moglie Miria Gasparri gli resta accanto così come ha fatto tutta la vita, pur dovendo stare lunghi periodi separata fisicamente dal marito, imbarcato per dieci mesi, un anno e anche ventidue mesi consecutivi lontano da casa. Alcune volte lo raggiungeva là dove si trovava, ma alle donne fino alla metà circa degli anni Sessanta era proibito salire a bordo. Dunque non è stato facile, ma Miria non ha dubbi: “È stata una storia bellissima, non abbiamo mai bisticciato. Ho avuto due suoceri che sono stati due tesori. È capitato che alcune persone mi abbiano chiamata poco gentilmente “vedova bianca”, ma io rispondevo che l’importante era che mio marito tornasse a casa. E tornava sempre”. La coppia si teneva in contatto soprattutto per lettera, che la moglie scriveva in tre copie, spedendole in più basi navali, per essere sicura che almeno una lo raggiungesse.

“Amavo la mia famiglia e la tenevo sempre in mente, ma non in modo ossessivo”, aggiunge lui. “Un marinaio deve amare anche il suo lavoro e non può struggersi di nostalgia o di gelosia. Da quando sono in pensione io e mia moglie stiamo sempre insieme, mi sento ‘fidanzato’ ufficiale”.

La scelta di lavorare in mare è dipesa dalla volontà di Giuseppe, ma il ‘dna’ deve aver contribuito: sua nonna Adalgisa aveva sei fratelli e tutti erano armatori di barche, lo zio Alberto era uno dei palombari del piroscafo ‘Artiglio’, il padre Aristide era capitano sui velieri che attraccavano al pontile di caricamento del Forte.

Nonostante suo babbo lo avesse sconsigliato di seguire le orme di famiglia, Giuseppe fu irremovibile nella decisione di frequentare l’istituto nautico ‘Giuseppe Cappellini’ di Livorno. In seguito la sua carriera si è sviluppata nell’ambito della Marina italiana dapprima principalmente nel settore del trasporto passeggeri e in seguito in quello mercantile.

All’inizio non fu facile trovare lavoro, ma poi il giovane Foffa ottenne un posto d’imbarco nella compagnia Lloyd triestino. A bordo di varie navi del gruppo potette perfezionare la parte pratica, percorrendo linee della società che collegavano i porti del mare Mediterraneo all’Africa, all’Asia, all’estremo Oriente, all’Australia. “Sulle navi – ricorda l’ufficiale – non c’erano solo passeggeri di prima classe o autorità, ma c’era anche tanta gente povera che emigrava in altri paesi per cercare una vita migliore: ho visto figli lasciare le proprie famiglie senza sapere cosa li aspettasse, pur consapevoli che non sarebbero più tornati in Italia, così come ho assistito alla fuga dall’Eritrea di membri della comunità italiana che lasciavano quel territorio con un fagotto”.

Nel frattempo Giuseppe era divenuto capitano di lungo corso e dunque titolare di patente in virtù del superamento dell’esame previsto dopo trenta mesi dal diploma scolastico. Nonostante il possesso di tale requisito, nonostante l’esperienza maturata, che gli consentiva di assumere il comando di navi, e l’appartenenza a tutti gli effetti all’organico del Lloyd, decise di dare le dimissioni poiché non risultava possibile fare carriera.

Non volevo rimanere sempre sottoposto, – spiega – volevo arrivare a fare il comandante, così presi questa decisione, anche se non fu facile. Mi ritrovai nel ’59 senza lavoro, con una bimba appena nata e un figlio di tre anni, che in quel periodo era gravemente malato. Non c’era modo di ottenere un’occupazione. È terribile avere una famiglia da mantenere e non avere i soldi. In quel momento potevamo contare solo sulla pensione di mio padre. Per questo capisco molto bene quelli che vogliono lavorare, ma non riescono a trovare impiego”.

Alla fine, però, sempre nel corso del ‘59 riuscì a cogliere al volo l’occasione di un posto d’imbarco su una nave addetta al trasporto di gas della ‘Snam’ del gruppo Eni. Da quel momento è rimasto alle dipendenze dell’Ente nazionale idrocarburi fino alla pensione, nel 1992. In questa compagnia ha avuto la possibilità di esprimere le proprie capacità divenendo nel giro di pochissimo tempo comandante effettivo.

L’attività professionale dell’ufficiale ha decisamente un profilo avventuroso: al comando di gassiere e petroliere ha solcato gli oceani, toccando i porti principali delle Americhe e dell’estremo Oriente. Più volte si è imbattuto in violente tempeste, che significa cicloni, uragani, tifoni. In una di queste circostanze è incappato nell’uragano ‘Carrie’, responsabile del naufragio del veliero-scuola tedesco ‘Pamir’, in cui morirono ufficiali, marinai e allievi, salvo pochissimi superstiti.

Come ha raccontato anche a Giuliano Rebechi nell’articolo “Foffa, una famiglia di tradizione marinare”, quella volta il comandante vide la morte con gli occhi: “Con andatura di cappa, a motore lento, entrammo nel settore navigabile dell’uragano e ci portammo fuori. La cosa più scioccante erano i bollettini che ascoltavamo via radio: i messaggi parlavano di lance ritrovate ormai capovolte, con decine di pescecani che vi giravano attorno”.

In occasione di un’altra di queste bufere, Foffa e il suo equipaggio si trovarono per cinque giorni in balia del mare, con tutte le difficoltà del caso nella ricostruzione del percorso: In passato, infatti, per stabilire la posizione e la rotta della nave era necessario effettuare una serie di calcoli astronomici alla sera, prendendo come riferimento alcune stelle rispetto all’orizzonte, e in quelle condizioni atmosferiche non era di certo possibile”, ci spiega il comandante.

L’ufficiale ricorda anche quando la sua nave soccorse una piccola petroliera che aveva preso fuoco nel Golfo Persico. L’equipaggio, composto da una decina di membri, era aggrappato alle murate del natante. Il direttore di macchina non sopravvisse alle ustioni riportate e il capitano Foffa raccolse le sue ultime parole, che ancora tiene in mente.

Un altro avvenimento di non poco conto risale alla seconda metà degli anni Sessanta, quando durante la guerra del Vietnam gli americani noleggiarono una nave del gruppo Eni per il trasporto di carburante per gli arei impegnati nel conflitto. A capo della petroliera, per 22 mesi, c’era il comandante Foffa: “Ci siamo trovati circondati da sparatorie ed esplosioni. Ci dovevamo trattenere per il tempo necessario in una baia che non aveva vie di fuga. Avevamo i marines a bordo e ricevevamo i dispacci di allarme”.

Vedere le fotografie delle navi che l’ufficiale ha diretto fa una certa impressione. Tra queste c’è una delle più grandi petroliere a livello europeo: lunga 360 metri, con un carico di 254 mila tonnellate e un equipaggio di quaranta persone.

Gli chiediamo qual era il rapporto che aveva con i suoi uomini: “Tanti mi amavano e tanti non mi sopportavano. Sono sempre stato autoritario ma giusto, come richiedeva la serietà del lavoro che eravamo chiamati a svolgere. Ho sempre ritenuto che ognuno dovesse dare il meglio di sé. Era quello che facevo per primo e che pretendevo anche dal mio equipaggio”.

A quarantanove anni è stato chiamato a Milano come istruttore per la sicurezza nella scuola di addestramento del gruppo Snam-Eni. Per dieci anni ha alternato questa attività alla navigazione. È stato insignito di importanti riconoscimenti, come la medaglia d’oro di lunga navigazione dal ministero della marina mercantile italiana.

Proprio nella consapevolezza della durezza del lavoro e dei suoi rischi, una volta in pensione, il comandante ha fondato nel ’93 l’Associazione lavoratori del mare di Forte dei Marmi. In qualità di presidente ha promosso l’intitolazione del pontile alle medaglie d’oro di lunga navigazione e la realizzazione del monumento alla Mancina (potente gru di ferro essenziale in passato per caricare i blocchi di marmo sulle imbarcazioni), dedicato ai lavoratori del mare; si è adoperato per l’apposizione nel cimitero locale di una targa in memoria dei tanti giovani del paese rimasti vittime sui velieri che partivano dal Forte .

Il mare ha parlato a noi con una lingua antica […]”, scriveva l’allora parroco don Janni Sabucco nella ‘Preghiera a Maria’, elaborata in occasione della posa della Mancina nel ’95, “E ci dice di non dimenticare quelli che dopo le fatiche sono morti insegnandoci che l’unica nobiltà per trovare se stessi è il lavoro”.

Agosto 2016

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