557. IN CAMMINO – Contemplazione

Sono in ritardo, lo so. Addirittura stavo per dimenticare questo appuntamento quotidiano: la stanchezza e tutto il resto stavano per giocarmi un brutto tiro. Ma per fortuna mi sono ripreso ed eccomi, di nuovo, a voi carissimi amici.

Ho intitolato questa nota “contemplazione” perché ho scorto proprio in questi giorni un anziano signore che che se ne stava, in assoluto silenzio e spalle all’altare, davanti al quadro di Padre Pio.

Era così assorto in preghiera che quasi non si era accorto della mia presenza. Non ero vicinissimo, è vero, perché l’esperienza mi ha insegnato che non sta bene fermarsi vicino a chi prega intensamente: è una regola di galateo religioso non disturbare chi prega…

Ciò nonostante ero in grado di osservare e di capire la tensione interiore che lo stava portando, guardando il “santo”, a contemplare il “Santo”.

È inevitabile infatti che, riflettendo sulla santità degli uomini, si raggiunga e si gusti la santità di Dio, artefice e custode della santità degli uomini.

E a quel punto il tempo scorre, le persone ci passano a fianco ma non ce ne accorgiamo perché gustiamo, qui in terra, la realtà del Paradiso: la visione si fa contemplazione che è come dire vita, respiro, assoluto…

Io non sono un mistico. Però ho conosciuto, anche da vicino, alcuni che hanno avuto questo speciale “dono di grazia” e vi assicuro che è una esperienza formidabile.

Ringrazio Dio quindi per questo anonimo personaggio che mi ha fatto riflettere sul “mistero” di Dio.

 

Il convento francescano di Pietrasanta e Padre Aquilino (Adolfo Giannelli)

di mons. PIERO MALVALDI – tratto da “I Quaderni della Propositura” numero di Agosto 2022

Nel caso vi capitasse di avere un po’ di tempo a disposizione visto che siete in vacanza fermatevi a visitare il convento di San Francesco a Pietrasanta, in particolare il chiostro con gli affreschi di Luigi Ademollo relativi alla vita del santo di Assisi.

Mi permetto di segnalarvelo perché sia il convento che l’artista vantano una storia di tutto rispetto pur essendo poco conosciuti. La chiesa non è intitolata a San Francesco bensì al SS.mo Salvatore ma c’è un motivo come vi spiegherò a breve.

I francescani erano giunti a Pietrasanta intorno al 1400 e si erano fermati al romitorio della Stregaia, a mezza collina. Successivamente erano scesi al piano per realizzare un piccolo convento che verrà poi ampliato nei secoli successivi. Ai primi del 1800 il convento aveva le dimensioni attuali e iniziò il lavoro di abbellimento affidato al pittore Luigi Ademollo. La chiesa, come scrivevo poco sopra, è intitolata al SS.mo Salvatore perché nel 1847 quella parrocchiale “omonima” che sorgeva fra il convento e l’Ospedale cittadino venne inglobata nell’ospedale l’unica navata divenne una corsia (!) e così la titolazione fu trasferita nella chiesa conventuale che divenne parrocchiale con l’obbligo della cura d’anime.

Fino alla data del mio ingresso a parroco di Forte dei Marmi non conoscevo né la chiesa né il convento. Conoscevo soltanto, per chiara fama, Padre Aquilino (Adolfo Giannelli nato a Terrinca il 6.10.1906 e morto a Fiesole l’ 11.8.1994) che era una delle istituzioni del convento di Pietrasanta.

Era conosciutissimo anche nel Piano di Pisa dove allora ero parroco per le benedizioni che impartiva ai devoti e per le corone del Rosario che era solito regalare ai suoi penitenti. Se ne partivano a frotte per incontrarlo e tornavano poi visibilmente rincuorati con la loro coroncina di noccioli di ciliegia o di pesca in tasca. Mi dicevano che il frate non praticava esorcismi ma, più semplicemente, scavava nelle coscienze alla ricerca di qualche sofferenza nascosta per poi affidare alla Madonna i presenti insieme con i loro famigliari, amici e collaboratori. La preghiera di affidamento alla Madonna era recitata in lingua latina e forse per questo motivo, non essendo ben compresa, poteva essere scambiata per un esorcismo.

A questo punto vi chiederete il motivo per cui conosco tutte queste cose… Le conosco perché il suo famoso (e consunto) librino di benedizioni, foderato in carta gialla, è finito nelle mie mani al momento della sua morte, dono di Agostino Bucchi, uno dei suoi più affezionati figli spirituali: era un semplice libretto di “devozioni” in lingua latina – Padre Aquilino era uno strenuo cultore del latino liturgico come ce ne erano moltissimi in giro negli anni precedenti il Concilio.

Penso proprio che con le sue benedizioni e le sue corone abbia fatto tanto bene. Giustamente nel “santino” del trigesimo i suoi confratelli scrissero: “Padre Aquilino: una vecchia e robusta quercia alla cui ombra molti hanno trovato conforto”. Non ci dimentichiamo di questa anima santa!

FRANCESCANI

di mons. PIERO MALVALDI – tratto da “I Quaderni della Propositura” numero di Agosto 2022

A essere sincero ho conosciuto prima i francescani e poi … San Francesco!

Non è una battuta. È la verità perché la biografia del Santo Patrono d’Italia l’ho studiata alle scuole medie; i francescani invece li conoscevo fin da piccolo grazie alle “missioni al popolo” predicate in parrocchia a Navacchio nel 1958 e alla frequentazione del loro convento di Nicosia, a Calci. 

Ho un ricordo nitidissimo del mio primo incontro con i francescani. Una sera, dopo cena, la zia Ida mi accompagnò in chiesa per il “quaresimale”. La zia non era sposata e così per uscire di casa, a sera, aveva sempre bisogno di un “cavalier servente”… il sottoscritto, allora bimbo di appena 8 anni.

La prima sorpresa fu quella di trovare la chiesa gremita. Al suono della campanella un frate francescano col saio marrone e i piedi scalzi uscì dalla sacrestia e si insediò sul pulpito. Dopo il saluto di rito scambiato con i presenti: “sia lodato Gesù Cristo – sempre sia lodato”, iniziò a parlare con un tono di voce che conciliava il sonno e infatti … mi addormentai subito!

Mi risvegliò un forte brusio proveniente dall’uditorio. Un signore sconosciuto, con un maglione consunto, si era levato in piedi e contendeva vivacemente il frate che annaspava nei discorsi quasi non sapesse rispondere alle contestazioni.

I presenti, scandalizzati dall’intervento dello sconosciuto, gli davano contro e al contempo guardavano smarriti l’oratore che però, ritrovato il bandolo della matassa, aveva ripreso a parlare riuscendo finalmente a convincere il contestatore.

A quel punto ci furono applausi per il frate e pure per l’oppositore che, con un vero colpo di teatro, era rientrato nei ranghi, indossando… il saio!

Era un frate pure lui e aveva inscenato tutta quella pantomima per coinvolgere maggiormente i presenti nell’argomento della predica!

I più anziani fra voi lettori ricorderanno senz’altro che questo tipo di predicazione sotto forma di contraddittorio, studiata di proposito dai francescani, andava per la maggiore negli anni ‘50.

Quello fu il mio primo incontro con i padri francescani. Ne seguirono altri, anzi molti altri, perché a pochi chilometri da casa sorgeva il famoso convento francescano di Nicosia abitato allora mi riferisco agli anni 1960/1970 da una discreta comunità di religiosi.

Il convento era stato edificato verso il 1265 dal pisano Ugo da Fagiano, già arcivescovo di Nicosia nell’isola di Cipro, sui resti del castello di Rozzano e offerto agli Agostiniani. Nel 1782 era passato ai francescani anche se la chiesa, elevata a chiesa parrocchiale, era rimasta dedicata a Sant’Agostino. Il convento manteneva l’aspetto dell’antico castello con un imponente portale d’ingresso, la foresteria, una biblioteca ricca di volumi. Lì aveva dimorato, sebbene in modo alterno, Padre Agostino da Montefeltro, il famoso oratore sacro di cui potrete leggere nel Dossier che gli abbiamo dedicato in questo stesso numero della rivista.

Oggi purtroppo il convento è abbandonato con grande dispiacere di tutti coloro che, affascinati dal carisma francescano, lo avevano scelto come mèta ideale dei loro pellegrinaggi.

Tornando ai miei incontri con i frati in quegli anni giovanili dico subito che mi ero appassionato a quei “personaggi”, semplici, arguti e al contempo molto dotti visto il loro servizio di “quaresimalisti”.

Tutte le occasioni erano buone per salire al convento, sempre in compagnia della zia che era molto devota, ma quella d’obbligo era il 2 Agosto per il perdono francescano detto anche “Perdon d’Assisi” in cui si poteva lucrare l’indulgenza per i defunti. Quanti ricordi di quella giornata tipicamente francescana in cui si viveva a tu per tu con i frati respirando il profumo della loro santità.

Fin dal mattino presto salivamo al convento. Tutti in bicicletta, naturalmente.

Gli uomini e le donne correvano subito a confessarsi mentre noi ragazzi salivamo alla fonte nel bosco per poi correre, felici, nel chiostro in attesa della Messa.

La solenne celebrazione iniziava a mezza mattinata ed era officiata dal padre “guardiano” con gli altri religiosi, nel coro, intenti a cantare in gregoriano.

Seguiva il pranzo, rigorosamente di magro, con il pane raffermo inzuppato di olio e aceto, le cipolle, i pomodori, i ravanelli e le altre verdure dell’orto.

Quando poi i frati si erano ritirati per la pennichella pomeridiana spuntava fuori inevitabilmente anche il fiasco del vino – proibitissimo – e allora erano guai perché c’era sempre qualcuno che esagerava e finiva ubriaco. Subito le grida acutissime delle donne svegliavano il frate converso (era un fratone nerboruto con un accento strano) che dapprima con parole suadenti – “su, da bravo, vieni con me” poi a forza di spintoni portava in clausura il malcapitato per riportarlo dopo una mezz’oretta, pieno di caffè, completamente ammansito: chissà che non gli avesse allungato anche qualche pestone…

Io, intanto, ero entrato come interno nell’Istituto Arcivescovile S.Caterina, dove l’educazione umana e cristiana era assicurata da ottimi sacerdoti che, oltre al resto, mi avevano fatto scoprire il carisma francescano fatto di povertà, semplicità, gioia, dottrina e tanto amore per la natura e per gli animali, ciò che me li rese ancora più simpatici. A proposito di animali ricordo l’accoglienza festosa riservata dai frati a una cucciola di … leone.

All’inizio dell’autunno avevano concesso ospitalità a un pittore assai eccentrico che si era portato dietro una leonessa cucciola, poco più grande di un gatto di media taglia. Faceva le fusa come i gatti per cui si prese fin dall’inizio un sacco di coccole sia dai frati che da noi ragazzi. Quando tornai al convento nell’occasione delle feste di Pasqua, quindi dopo tre/quattro mesi, la trovai notevolmente cresciuta ma sempre giocherellona. La portavano, accucciata nel sedile posteriore della Wolkswagen, a sgranchirsi le zampe in una zona isolata… Come tutti gli animali era felice di salire in macchina solo che per la gioia… ruggiva e questo incuteva un pochino di timore. Nell’estate era diventata a tutti gli effetti una leonessa e quindi venne ospitata nell’orto del convento, provvisto di mura altissime. Con il primo calore cominciò a miagolare o meglio ruggire in modo impressionante destando comprensibile apprensione nel vicinato e negli stessi frati tanto più che, avvicinata per la razione quotidiana di carne, soffiava e allungava zampate d’affetto…pericolose. Così, con grande dispiacere di tutti la povera bestia fu costretta a trovarsi un habitat più consono alla stazza e alle sue abitudini.

I miei contatti con i francescani sono continuati, negli anni, fino a oggi. Contatti talvolta sporadici, in altri casi continuativi come quelli con i confratelli di San Pio a San Giovanni Rotondo o con i padri professori dell’Università francescana a Roma o con i miei carissimi “vicini” di Vittoria Apuana o con un mio antico allievo, oggi sacerdote francescano.

Tutte occasioni per crescere umanamente e spiritualmente. In qualche caso occasioni provvidenziali come la settimana trascorsa alla Verna nell’imminenza della mia ordinazione sacerdotale. I pensieri mi affollavano la mente, di giorno e di notte, rendendomi inquieto ma la presenza spirituale di San Francesco riusciva a calmarmi.

Pensavo a chi avrei incontrato sulla mia strada e a come avrei potuto reagire: in quei momenti di grazia avvertivo interiormente il desiderio di vivere anch’io quella “perfetta letizia” di cui il Santo parla nel colloquio, famosissimo, con frate Leone… Se non lo conoscete andatevelo a leggere cliccando su internet: è una bella lettura anche se di difficile attuazione!

Ripensandoci e rileggendo i propositi di quei giorni confesso di non essere riuscito a realizzarli anche se ci ho provato e ci provo tuttora, affidandomi a Dio e alla bontà dei seguaci di San Francesco, quei cari frati francescani che da sempre mi seguono per la confessione e la direzione spirituale.