1111. IN CAMMINO – Ricordo dei sacerdoti fiumani

Ho partecipato all’incontro dedicato ai sacerdoti fiumani, a Pisa. È stato un incontro molto interessante sia per il contenuto che per le presenze. Ospite d’onore Mons. Dianich, ormai novantenne, ma lucidissimo e in buona salute

Sono stati ripercorsi, a cura di alcuni storici italiani e croati, gli anni dell’ episcopato di S.E. Mons. Camozzo a Fiume (oggi Reijka) con dettagli sulla sua azione pastorale e sociale.

Ne è emersa la figura di un “pastore” buono, intelligente e amorevole nei confronti del popolo italiano, croato e sloveno a lui affidato. I tempi e gli errori sia da parte Jugoslava che Italiana ormai passati & superati hanno consentito un giudizio positivo sulla sua azione pastorale e umana.

Dopo la sua rinuncia (obbligata) alla sede di Fiume rimase per un intero anno a Venezia per poi venire a Pisa come Arcivescovo metropolita e primate di Corsica e Sardegna.

Non dimenticò i suoi sacerdoti soprattutto quelli di lingua Italiana vittime di violenze e di soprusi accolgiendoli benevolmente nella sua nuova Diocesi. Fra questi don Sabucco, don Percih, don Perich e i fratelli Crisman tutti attivi in Versilia nel dopoguerra.

Avrei dovuto parlare anch’io visto che ho scritto un lungo articolo su don Sabucco (poi pubblicato) ma ho rinunciato visto che erano presenti all’incontro Mons. Fontana e mons. Filippini che prima e meglio di me lo avevano conosciuto.

1110. IN CAMMINO – 4 Novembre (3) In Africa…

Mi scuso per il ritardo ma sono stato tutta la mattina a Pisa… poi tra le fatture da saldare, le telefonate da fare, il Giubileo che si avvicina ecc. sono arrivato a quest’ora e non sono ancora riuscito scrivere qualcosa!

E domani sarà lo stesso: di nuovo a Pisa e altre faccende da sbrigare!

Oggi volevo scrivervi ancora sulla guerra ma quella d’Africa che vide impegnati i fanti italiani in Etiopia e fra questi il mio babbo che di guerre non ne voleva sapere ma fu costretto ad andarci e… zitto!

Zitto perché era stato punito a causa di alcuni gesti di insubordinazione e non poteva rischiare la corte marziale!

Militare in Piemonte (siamo nel 1935) era stato nominato caporale e addetto al controllo dei soldati in libera uscita: li fece uscire quasi tutti dalla caserma contravvenendo agli ordini e così ebbe il primo richiamo!

Di lì a poco, guidando un mezzo militare (aveva la patente di guida) ebbe a ridire con un un ufficiale (lo mandò a quel paese…) e così fu spedito in Africa, prima a Tobruk, poi in Eritrea e infine in Etiopia…

Giunto in Etiopia si picchiò con una camicia nera e quindi le cose cominciarono davvero a mettersi male per lui che fu costretto a rassegnarsi alla vita militare e a quella spedizione che evidentemente non condivideva.

Mi diceva che non aveva mai sparato un colpo! Soltanto marce, prove di guerra, adunate ecc. con l’unica consolazione dei pacchi viveri che giungevano da casa e che lui condivideva con gli amici paesani (aveva trovato alcuni militari del piano di Pisa).

A causa delle marce e tutto il resto si ammalò gravemente di pleurite e per questo motivo venne rimandato in Italia. Tornò a casa ridotto a uno scheletro e per poco non ci rimise la pelle.

Un’avventura – diceva lui – cominciata male e finita peggio con lo scoppio delle seconda guerra mondiale. Il resto delle sue avventure lo potete leggere sui libri di storia. Pagine tristi che lui non voleva nemmeno ricordare.

1109. IN CAMMINO – 4 Novembre (2) “niente di nuovo sul fronte occidentale”

Il mio nonno Beppe, ormai anziano e padre di due figli, venne inviato sul fronte occidentale a guardia di alcuni depositi di munizioni e simili. Era presente in zona fin dal 1912 come militare di complemento (era sarto e quindi addetto al vestiario dei militari).

Non c’erano problemi se non la lontananza da casa e il vitto scarso e di modesta qualità. Però la guerra appariva lontana come dice il libro: “niente di nuovo sul fonte occidentale”.

Ma poi iniziarono le scaramucce e dopo poco la guerra si fece sentire anche lì. Nell’occasione dello scoppio di una “bombarda” (non cosa sia ma presumo un proiettile di cannone) ebbe salva la vita perché il proiettile non esplose.

Infangato e coperto di polvere ringraziò Dio per la grazia ricevuta e fece voto di mettere nome Varisello al figlio che doveva nascere a perenne ricordo dell’evento miracoloso. Il fortilizio infatti era ubicato in località “Varisella” vicino all’abitato di “Roncia”.

Nacquero però due gemelli e così a uno toccò il nome di Varisello e all’altro Roncia, nomi davvero insoliti.

Il piccolo Roncia morì a pochi giorni dal parto… Mio padre, con l’umorismo che lo caratterizzava, diceva che il fratello era morto perché si vergognava d’essere stato chiamato Roncia…

Venne poi congedato e non conobbe la guerra vera e propria.