PADRE AGOSTINO DA MONTEFELTRO

di SILVIA CECCHI – tratto da “I Quaderni della Propositura” numero di Agosto 2022

Predicatore di fama internazionale, al tempo stesso umile frate francescano e uomo di carità, fondatore di un istituto per bimbe orfane e di una congregazione di suore, che porta avanti la sua missione secondo le esigenze del nostro tempo. La santità di padre Agostino da Montefeltro si avvia al riconoscimento ufficiale, con la causa di beatificazione del “servo di Dio” avviata dalla diocesi di Pisa.

La sua storia personale, che si colloca tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio degli anni venti del Novecento, lo vede in principio giovane sacerdote diocesano, dotato di grande talento intellettuale. In seguito, nel ‘68, conosce una breve ma seria crisi morale e religiosa, durante la quale frequenta la figlia di un suo parrocchiano, con cui vene meno alle imposizioni del celibato e fugge in Svizzera. Prende presto coscienza dell’errore e torna in Italia, dove viene incarcerato. Viene istruita una causa per accertare le sue responsabilità. Dopo cinquanta giorni di carcere, viene scagionato dalle accuse.

Da allora inizia un cammino di penitenza e profonda conversione fino a prendere l’abito francescano. Viene insediato a Pisa, città da cui ha inizio la sua attività di oratore che richiama migliaia di ascoltatori, tra cui credenti e non credenti, uomini di cultura, giornalisti. Il papa e il re d’Italia si interessano a padre Agostino.

La sua opera di predicazione si svolge nell’arco di trent’anni durante i quali prende a cuore la sorte dei più deboli, fino a ritenere indispensabile la costituzione di un istituto in grado di accogliere e dare un futuro a bimbe orfane, seguite da suore preparate per questo compito. Fino alla fine si impegna per potenziare e assicurare questo servizio che è arrivato a noi, sotto la cura delle religiose “Figlie di Nazareth”.

Istituto padre Agostino – Marina di Pisa

Il futuro padre Agostino si chiamava al secolo Luigi Vicini ed era nato nel 1839 in un paese romagnolo della diocesi di Montefeltro, Sant’Agata Feltria, in una famiglia di buone condizioni sociali e religiosa. Fin da piccolo si distinse per la sua capacità di imparare e per la sua intelligenza. Presto manifestò il desiderio di diventare sacerdote. Il suo corso di studi passò anche sotto la supervisione di padre Alessandro Serpieri, rettore del Collegio dei Nobili di Urbino, gestito dagli Scolopi, che gli aprì la strada agli studi teologici.

Nel 1861 venne ordinato sacerdote dal vescovo mons. Luigi Mariotti, che seguì sempre il giovane consacrato, gli fu vicino nei momenti di crisi e lo aiutò a riprendere il cammino anche dopo l’esperienza della caduta, conoscendo bene le sue qualità e la profondità della sua fede. Al contrario di ciò, nel più ampio ambiente ecclesiastico la personalità, le idee e la preparazione di don Luigi gli attirarono diverse antipatie, tendendo a renderlo isolato.

La postulatrice della causa di beatificazione, sr. Mary Judit Puthenparambil, spiega nella sua pubblicazione “Padre Agostino da Montefeltro”, che il sacerdote aveva assorbito fin dagli anni nel collegio urbinate, famoso per la serietà degli studi, quella cultura moderna e quella attenzione alla vita sociale che ne avrebbe caratterizzato in seguito l’attività e l’apostolato. Le sue idee ‘italianiste’, il dichiarato patriottismo e le non velate critiche al potere temporale della Chiesa furono motivo di attrito dapprima con compagni e professori, poi con confratelli e superiori, tranne rare eccezioni.

“Fu alla fine di questo periodo che don Luigi manifestò gli aspetti più fragili del suo carattere”, spiega nel volume la religiosa. “Probabilmente per il vuoto affettivo in cui si vedeva immerso e per il bisogno di evadere dalle continue tensioni che lo riguardavano, finì per legarsi sentimentalmente a una giovane”.

Suor Mary Judit riferisce che la preghiera di tante anime e la prudenza del vescovo Mariotti, disposto paternamente a recuperare il giovane sacerdote, e non ultima l’indole del suo carattere fondamentalmente onesto e buono, gli valsero il dono del ravvedimento.

Per riparare lo scandalo procurato e riabilitarsi nell’esercizio della vocazione sacerdotale, nel ‘69 si ritirò nel santuario della Verna. Il suo soggiorno nell’ambito dell’ordine francescano si prolungò a seguito della richiesta da parte dei responsabili della Toscana di essere d’aiuto ai Padri nelle predicazioni. Intuendo che quella avrebbe potuto essere la sua nuova strada, condizionato poi anche dalle difficoltà a reinserirsi nell’ambiente ecclesiastico del proprio territorio a causa dei suoi trascorsi, don Luigi Vicini decise di intraprendere il cammino religioso cambiando il proprio nome in frate Agostino. Nel ‘72 prese l’abito dei terziari oblati, nel ‘74 iniziò il noviziato, che seguì a fianco dei giovani aspiranti frati senza alcuna agevolazione, anzi ancor più messo alla prova proprio per la sua età, perché già sacerdote e per il suo passato.

Santa Maria Assunta – Marina di Pisa

Durante questi anni frate Agostino, oltre alla preghiera, dedicò molto tempo allo studio e all’approfondimento dei testi sacri. L’autore di un’accurata biografia a lui dedicata, Didier Rance, spiega che come san Francesco voleva seguire Cristo, nutrire una fede retta, rafforzarsi attraverso la speranza, conformare la sua vita alla carità come “regina delle virtù, a cui tutte servono e senza della quale niuno vive e vive per il cielo”. Questa insistenza sulla carità, continua lo studioso, costituiva ormai l’orientamento della sua vita. Sopra ogni cosa chiedeva a Dio di infondere in lui la carità.

Emise la professione solenne nel 1882. Già a partire dal ‘76 però, in considerazione delle sue spiccate capacità, i superiori avevano stabilito che riprendesse l’attività di predicazione della Parola. Nel ‘77 venne assegnato al convento di Nicosia, a una decina di chilometri dal centro di Pisa, territorio che diventò in fretta la sua seconda patria. Come descrive Didier, la città era un centro d’eccellenza per gli studi e la ricerca; un luogo dove si respirava uno spirito laico, anticlericale e scientista; la Chiesa pisana era vivace e consapevole delle sfide del suo tempo.

Frate Agostino ha vissuto in un periodo storico caratterizzato dalle importanti vicende collegate all’unità d’Italia, contraddistinto da una forte conflittualità fra lo Stato e la Chiesa, diviso sulla questione della legittimità del potere temporale del papato e sull’impegno dei cattolici in politica.

In quegli anni la sua opera di oratore si svolse in varie realtà della Toscana, quindi in città sempre più importanti come appunto Pisa, Firenze, Bologna, Torino, Roma. Alle sue predicazioni assistevano numerosissime persone, fra cui studiosi, filosofi e letterati, anche non credenti o apertamente ostili alla fede cristiana, come ad esempio Giosuè Carducci. Insieme a questi c’erano molti operai e persone dei ceti meno alti, perché frate Agostino nelle sue prediche lasciava trasparire il suo amore per i poveri e la classe operaia.

Come descrive Didier nella biografia dedicata al “servo di Dio”, in occasione di un’intervista con il quotidiano “Il Resto del Carlino”, il francescano disse: “Io non sono l’amico dei potenti, dei felici, ma l’amico del popolo che soffre, che lavora, che spera. Per esempio io non so capacitarmi che ci sia della gente che non si commuove davanti allo spettacolo di giovani pieni di vita, di energia, che cercano e non trovano lavoro, e piangono per ciò”.

Padre Agostino Gemelli (1878-1959), anch’esso francescano, rimase molto impressionato dal suo confratello e, come riportato nella biografia di Didier, ne elencò le caratteristiche essenziali: “[…] Le folle accorrevano alle sue prediche parecchie ore prima che cominciassero; le scuole sospendevano le lezioni; uomini come il Carducci ascoltavano e ammiravano; i giornalisti stenografavano; gli strilloni vendevano il mattino a migliaia di copie la predica della sera precedente. E dire che l’atmosfera era satura di animosità”.

“Nella parola del padre Agostino da Montefeltro i problemi sociali avevano la più convincente soluzione cristiana e tanto i poveri quanto i ricchi si sentivano difesi nei loro diritti, come richiamati ai loro doveri”.

[…] Intendeva farsi valido difensore di quelle verità religiose-sociali, che erano allora tanto misconosciute e conculcate. Parlò della Chiesa, della libertà, della famiglia e anche della patria, difendendole alla luce della dottrina evangelica. Si adattò insomma alle esigenze moderne di apostolato e ai bisogni dei nuovi tempi, e il successo fu sbalorditivo”.

Padre Agostino da Montefeltro spiegò pubblicamente come preparava le sue prediche: “Penso prima nella mente tutto il soggetto della predica; poi leggo molti libri, non già di teologia, ma di filosofia, che trattano quello stesso soggetto. E mi formo così obiezioni alle mie idee e a queste obiezioni io stesso rispondo. Dopo scrivo tutto lo schema della predica, dividendo chiaramente gli argomenti e opponendovi contro le opinioni contrarie”.

Didier commenta a questo proposito che sapeva cogliere le aspirazioni e i dubbi degli ascoltatori. Ragionava e discuteva, anzitutto con se stesso, perché voleva testimoniare la solidità che la fede offre a una vita, come anche l’armonia e la reciproca fecondità tra la fede, la scienza e la cultura.

All’epoca della predicazione a Bologna, in un articolo del “Resto del Carlino” venne presentato come “un uomo di grande mente, di molto cuore, di rettitudine somma, di umiltà esemplare, di zelo di apostolo, di preghiera assidua, di studio indefesso, di dolcezza d’animo e di modi non comuni”.

L’opera di carità per cui è conosciuto padre Agostino nacque e si sviluppò proprio nel corso del periodo delle sue predicazioni, in occasione delle quali il frate si imbatteva in situazioni di condizione sociale particolarmente difficili: famiglie piegate dalla povertà, dalla malattia, con conseguenze serie per i figli e ancor più per chi aveva perduto i genitori.

Inizialmente frate Agostino si adoperava per trovare una sistemazione adeguata a queste persone in strutture e istituzioni già operative sul territorio, oppure presso famiglie sensibili a questi problemi. Col tempo però ritenne necessario costituire nella sua località, Pisa, uno spazio dedicato in particolare all’accoglienza delle bimbe orfane, in accordo con i suoi superiori e col vescovo.

Il contributo di tanti benefattori che apprezzavano la predicazione di padre Agostino e le elemosine che la provvidenza non risparmiò al frate, gli permisero di acquistare uno stabile, l’attuale casa-madre delle suore “Figlie di Nazareth”, nel quartiere di S. Martino, in centro storico. Era il 1887. Nel 1893 riuscì ad aprire una seconda struttura, a Marina di Pisa, necessaria per accogliere il numero sempre crescente di orfane di varie età.

Nello stesso anno fondò un istituto di consacrate totalmente dedito all’opera, le “Figlie di Nazareth” appunto, che si impegnavano a creare un’atmosfera familiare ispirata a quella della santa famiglia, cercando di essere delle autentiche madri per le orfane (in precedenza era stato aiutato dalle “Figlie della Carità” di san Vincenzo de’ Paoli e dalle “Ancelle della Carità”).

Santa Maria Assunta interno – Marina di Pisa

Padre Agostino dirigeva in prima persona le strutture, la loro amministrazione e il loro mantenimento. Si dedicava alla formazione delle giovani ospiti e alla preparazione delle stesse religiose. Era convinto che le ragazze potessero studiare esattamente come i maschi e le sue orfane lo dimostrarono. Come è riportato nella biografia curata da Didier, le statistiche offerte da Idelfonso Buratti nel 1949 contavano più di 4 mila orfane accolte nell’arco di sessant’anni, di queste oltre mille erano diventate maestre, altrettante avevano ottenuto un diploma professionale, un centinaio erano diventate musiciste, tutte avevano trovato lavoro all’uscita dall’istituto e un centinaio era diventate suore tra le Figlie di Nazareth.

Nel 1897 il frate dette vita anche a un asilo notturno a Pisa, con sedici letti per gli uomini e altrettanti per le donne, fornito di sanitari, docce e possibilità di ricambio di vestiti. L’iniziativa fu ritenuta indispensabile dal religioso, rimasto scosso dalla miseria che notò tornando in treno in città da un viaggio per predicazioni.

Per essere di maggiore aiuto alle orfane e alle religiose padre Agostino si stabilì a Marina di Pisa, dopo aver ottenuto la dispensa dalla residenza al convento di Nicosia. Col tempo però aumentarono le pressioni di coloro che non ritenevano necessaria la sua permanenza al di fuori di un convento e insistevano perché rientrasse nella vita comune. Fino alla sua morte, nel 1921, padre Agostino dovette destreggiarsi in questa situazione non facile, cercando delle soluzioni capaci di garantire l’opera benefica qualora gli venisse negato il consenso di seguirla direttamente e in presenza.

Come afferma la postulatrice della causa di beatificazione, sr. Mary Judit Puthenparambil, la vicenda spirituale di padre Agostino da Montefeltro si articolò tutta sul binomio verità e carità. È stato lui stesso a spiegare cosa intendesse per carità: “Che cos’è la carità? La carità è Dio […]. La carità è per noi una necessità”. E ancora: “L’apostolato della carità si impone come una necessità religiosa e sociale: è una manifestazione speciale della Chiesa”.

In occasione del funerale di padre Agostino, il cardinale Pietro Maffi (1858- 1931) nella sua omelia ricordò l’opera del francescano, le sue tre virtù essenziali, fede, obbedienza, carità, e la bella testimonianza da lui offerta anche durante l’agonia e la morte. Concluse augurandosi che la sua opera potesse continuare, così come è avvenuto.

Chiesa di S. Maria Assunta – loculo di padre Agostino

LE FIGLIE DI NAZARETH

di SILVIA CECCHI – tratto da “I Quaderni della Propositura” numero di Agosto 2022

Dolcezza, benevolenza, umiltà, accoglienza sono alcuni dei tratti che devono caratterizzare una religiosa appartenente alla congregazione delle “Suore Figlie di Nazareth”, secondo quanto ritenuto necessario dal fondatore dell’istituto, padre Agostino da Montefeltro. La congregazione, di diritto pontificio, professa la Regola del Terz’Ordine regolare francescano.

Per conoscere la spiritualità e l’operato delle suore nella realtà di oggi ci siamo recati in visita alla casa-madre di Pisa, un grande e bel complesso nel centro storico, in via San Bernardo, aperto in origine proprio dal “servo di Dio”, padre Agostino.

Riteniamo importante sottolineare che le religiose si sono dimostrate anche con noi accoglienti e disponibili, a dimostrazione che la condotta di vita individuata dal loro fondatore permea il comportamento delle consorelle che portano avanti la sua missione a distanza di più di un secolo dalla morte dello stesso.

“Una suora si sente realizzata nel rendersi utile verso il prossimo”, spiega la madre generale della congregazione, sr. Brigit Kinkaranthara. “La filosofia di padre Agostino era servire le membra sofferenti di Cristo. Il nostro operato rispetta questo dettato sulla base delle esigenze della società contemporanea in Italia e all’estero, secondo i diversi contesti e le relative necessità. La sobrietà, la reciprocità, l’umiltà sono indispensabili nel nostro cammino”.

La madre generale sr. Brigit (a sinistra) e la postulatrice sr. Mary Judit (a destra)

La madre generale, originaria dell’India, ha alle spalle un intenso percorso come religiosa della congregazione. In Italia ha svolto diversi servizi (in particolare in favore degli anziani, avendo conseguito la preparazione di infermiera); in Albania ha collaborato all’opera della congregazione nel periodo della guerra civile alla seconda metà degli anni Novanta. “Noi siamo come militari, andiamo dove c’è bisogno”, dice sr. Brigit. Quando le chiediamo come ha maturato questa vocazione, ci risponde sorridendo: “Quando t’innamori di una persona, non puoi spiegare perché ti sei innamorata proprio di lui”.

Oggi la congregazione delle Suore Figlie di Nazareth conta dodici sedi in Italia, la maggior parte delle quali concentrate nell’area di Pisa, dove ha avuto appunto origine l’istituto. Le attività portate avanti spaziano in campi quali l’assistenza agli anziani nelle case di riposo, l’istruzione dei bambini nelle scuole materne, doposcuola, servizio di pensionato universitario, alloggio per parenti di persone ricoverate in ospedale, collaborazione con i sacerdoti nelle attività parrocchiali e di catechesi.

Per celebrare il ricordo del fondatore, inoltre, una volta al mese le suore preparano una novantina di pasti caldi che vengono portati nella chiesa di San Sepolcro, in collaborazione con don Maurizio Gronchi, per la distribuzione ai bisognosi.

Nelle missioni presenti all’estero vengono offerti servizi necessari alla società del luogo, in particolare scuole materne e attività di catechesi, con speciale attenzione ai bimbi di famiglie povere.

Nelle diverse attività in cui oggi si articola l’operato dell’istituto religioso la congregazione rispecchia lo spirito che l’ha originata e cioè la volontà di garantire un’istruzione scolastica, una preparazione professionale e una formazione cristiana per dare dignità, autonomia economica e principi saldi alle persone meno avvantaggiate.

La congregazione è presente in India, in Albania, in Africa, nelle Filippine, dove ha costituito varie comunità come segno di ringraziamento al Signore per la fioritura di vocazioni. Come spiega la madre generale, questa scelta consente anche di valorizzare le energie delle suore più giovani, dando loro lo spazio per lavorare per il Regno di Dio. Le religiose, che sono tutte adeguatamente istruite e preparate, hanno così anche la possibilità di potenziare le proprie competenze, rendendo un servizio sempre migliore.

Padre Agostino ha indicato alle suore un campo vasto, senza frontiere, per esercitare il carisma della carità, perché “la fede senza la carità non è vera fede”. Il fondatore della congregazione ha dimostrato di essere perfettamente calato nella vita di tutti i giorni, consapevole dei problemi della società del suo tempo, e l’istituto continua il suo progetto che si rinnova, alla luce del Vangelo, sulla base delle necessità contemporanee.

Le Figlie di Nazareth pubblicano un periodico “La Voce del Padre” per comunicare con gli amici, i benefattori e le persone con cui collaborano, consultabile sul loro sito internet: www.figliedinazareth.it

Il convento francescano di Pietrasanta e Padre Aquilino (Adolfo Giannelli)

di mons. PIERO MALVALDI – tratto da “I Quaderni della Propositura” numero di Agosto 2022

Nel caso vi capitasse di avere un po’ di tempo a disposizione visto che siete in vacanza fermatevi a visitare il convento di San Francesco a Pietrasanta, in particolare il chiostro con gli affreschi di Luigi Ademollo relativi alla vita del santo di Assisi.

Mi permetto di segnalarvelo perché sia il convento che l’artista vantano una storia di tutto rispetto pur essendo poco conosciuti. La chiesa non è intitolata a San Francesco bensì al SS.mo Salvatore ma c’è un motivo come vi spiegherò a breve.

I francescani erano giunti a Pietrasanta intorno al 1400 e si erano fermati al romitorio della Stregaia, a mezza collina. Successivamente erano scesi al piano per realizzare un piccolo convento che verrà poi ampliato nei secoli successivi. Ai primi del 1800 il convento aveva le dimensioni attuali e iniziò il lavoro di abbellimento affidato al pittore Luigi Ademollo. La chiesa, come scrivevo poco sopra, è intitolata al SS.mo Salvatore perché nel 1847 quella parrocchiale “omonima” che sorgeva fra il convento e l’Ospedale cittadino venne inglobata nell’ospedale l’unica navata divenne una corsia (!) e così la titolazione fu trasferita nella chiesa conventuale che divenne parrocchiale con l’obbligo della cura d’anime.

Fino alla data del mio ingresso a parroco di Forte dei Marmi non conoscevo né la chiesa né il convento. Conoscevo soltanto, per chiara fama, Padre Aquilino (Adolfo Giannelli nato a Terrinca il 6.10.1906 e morto a Fiesole l’ 11.8.1994) che era una delle istituzioni del convento di Pietrasanta.

Era conosciutissimo anche nel Piano di Pisa dove allora ero parroco per le benedizioni che impartiva ai devoti e per le corone del Rosario che era solito regalare ai suoi penitenti. Se ne partivano a frotte per incontrarlo e tornavano poi visibilmente rincuorati con la loro coroncina di noccioli di ciliegia o di pesca in tasca. Mi dicevano che il frate non praticava esorcismi ma, più semplicemente, scavava nelle coscienze alla ricerca di qualche sofferenza nascosta per poi affidare alla Madonna i presenti insieme con i loro famigliari, amici e collaboratori. La preghiera di affidamento alla Madonna era recitata in lingua latina e forse per questo motivo, non essendo ben compresa, poteva essere scambiata per un esorcismo.

A questo punto vi chiederete il motivo per cui conosco tutte queste cose… Le conosco perché il suo famoso (e consunto) librino di benedizioni, foderato in carta gialla, è finito nelle mie mani al momento della sua morte, dono di Agostino Bucchi, uno dei suoi più affezionati figli spirituali: era un semplice libretto di “devozioni” in lingua latina – Padre Aquilino era uno strenuo cultore del latino liturgico come ce ne erano moltissimi in giro negli anni precedenti il Concilio.

Penso proprio che con le sue benedizioni e le sue corone abbia fatto tanto bene. Giustamente nel “santino” del trigesimo i suoi confratelli scrissero: “Padre Aquilino: una vecchia e robusta quercia alla cui ombra molti hanno trovato conforto”. Non ci dimentichiamo di questa anima santa!