Ho notato in chiesa alcuni volumi (di un autore a me sconosciuto) sul tema della patologia schizofrenica. Lì per lì ho pensato a un buontempone che mi ha preso per matto poi invece, dopo averlo scorso seppure in modo sommario, ho capito che è un testo accademico – probabilmente scritto da un sacerdote – in cui si spiega il rapporto tra la malattia psichiatrica e la spiritualità interiore in vista della guarigione.
Per la mia formazione culturale resto sempre dubbioso sulla possibilità di certi accostamenti anche se, almeno in alcuni casi, riconosco che sia praticabile.
Ad esempio il senso di colpa si può sanare attraverso la confessione oppure la malattia anche fisica può essere sanata o almeno sublimata attraverso l’abbandono fiducioso alla volontà di Dio (sia fatta la tua volontà…).
Sono consapevole, ancora, che le preghiere delle persone buone e l’intercessione dei Santi hanno un significato fino a ottenere dei veri e propri miracoli.
Con tutto questo però penso che ognuno debba fare la propria parte riconoscendo – se credente e per di più sacerdote – che la cura delle malattie compete ai medici.
In questi ultimissimi giorni mi sono giunte segnalazioni di bambini ammalati: è chiaro che ho pregato per loro e ho anche pianto insieme con i genitori – non mi vergogno a dirlo – poi però ho suggerito qualche nome di specialista perché sono loro la “mano amorosa” di cui Dio si serve per guarire gli ammalati.
Combinazione ieri era la festa litugica di Josèmasia Escrivà de Balaguer che scrive appunto, da Santo qual era, dell’opus, cioè della professione, vissuto come dono di Dio per l’umanità e percorso di santità per chi la pratica.