1109. IN CAMMINO – 4 Novembre (2) “niente di nuovo sul fronte occidentale”

Il mio nonno Beppe, ormai anziano e padre di due figli, venne inviato sul fronte occidentale a guardia di alcuni depositi di munizioni e simili. Era presente in zona fin dal 1912 come militare di complemento (era sarto e quindi addetto al vestiario dei militari).

Non c’erano problemi se non la lontananza da casa e il vitto scarso e di modesta qualità. Però la guerra appariva lontana come dice il libro: “niente di nuovo sul fonte occidentale”.

Ma poi iniziarono le scaramucce e dopo poco la guerra si fece sentire anche lì. Nell’occasione dello scoppio di una “bombarda” (non cosa sia ma presumo un proiettile di cannone) ebbe salva la vita perché il proiettile non esplose.

Infangato e coperto di polvere ringraziò Dio per la grazia ricevuta e fece voto di mettere nome Varisello al figlio che doveva nascere a perenne ricordo dell’evento miracoloso. Il fortilizio infatti era ubicato in località “Varisella” vicino all’abitato di “Roncia”.

Nacquero però due gemelli e così a uno toccò il nome di Varisello e all’altro Roncia, nomi davvero insoliti.

Il piccolo Roncia morì a pochi giorni dal parto… Mio padre, con l’umorismo che lo caratterizzava, diceva che il fratello era morto perché si vergognava d’essere stato chiamato Roncia…

Venne poi congedato e non conobbe la guerra vera e propria.

1108. IN CAMMINO – 4 Novembre (1)

Comincio oggi ricordando mio nonno Tonino, Cavaliere di Vittorio Veneto, Medaglia d’oro. Domani, a Dio piacendo ricorderò mio nonno Beppe, attivo sul fronte occidentale.

Premesso che non sono un guerrafondaio e credo fermamente nella pace non posso dimenticare i sacrifici dei miei nonni, conbattenti per la Patria.

Dunque mio nonno Antonio, già padre di famiglia e commerciante a domicilio di materiale igienico per la casa e la persona, venne precettato per la guerra e, dopo un breve periodo di formazione militare, spedito sul fronte orientale.

Non aveva mai sparato un colpo e quindi apparteneva alla cosiddetta “carne da cannone”. Sennonché aveva pratica di animali e in particolare di cavalli per cui venne destinato alla logistica per la consegna degli armamenti e dei voveri per la prima linea.

Quella fu la sua salvezza. Inerpicandosi sulle montagne dietro ai muli riuscì a salvare la vita. Mi diceva che in certi momenti aveva perduto la speranza di tornare a casa come quando, nell’occasione di Caporetto, la disfatta totale sembrava imminente. Molti suoi commilitoni, addetti allo stesso servizio e quindi indifesi, erano stati falciati dai militari nemici precipitando nel vuoto insieme agli animali.

Venne poi il Grappa e le cose presero una direzione diversa ma la fatica e il pericolo erano gli stessi: in più erano sopraggiunti i pidocchi e altrianimali infestanti che, giorno e notte, non davano tregua.

Terminata la guerra tornò a casa e dovette ricominciare tutto daccapo: non aveva un soldo se non l’aiuto corrisposto dal Comune ai combattenti (il “pacco-viveri” che gli consentì di tirare il fiato. Poi riuscì a trovare un posto da giardinere a Marina di Pisa e poi, grazie all’aiuto della famiglia Bedini che gli fece credito, riuscì a risollevarsi riprendendo il suo antico mestiere.

La morte per malattia del figlio Piero, motorista d’eccezione ai Cantieri Orlando di Livorno, lo prostrò ma non gli tolse la forze. Con l’aiuto di tutti e in particolare di mio padre che tanto si era odoperato per il cognato ammalato, si riprese fino a riuscire a costruirsi una bella casa con giardino per la famiglia.

Venne poi il Cavalierato, la medaglia d’oro… ma lui rimase lo stesso di sempre, un uomo semplice e buono.