UN NORMALISTA CON LA FISICA NEL CUORE

Giulio Mandorli col diploma della Normale davanti alla sede dell’istituto

Uomini di cultura, scienziati, economisti, politici che hanno fatto la storia del nostro Paese sono usciti dalla Scuola Normale Superiore di Pisa, che gode di altissimo prestigio a livello internazionale. Nell’istituto accademico la ricerca del talento passa attraverso una rigida selezione e una richiesta di performance molto alta. Il fortemarmino Giulio Mandorli ce l’ha fatta. Dopo il conseguimento della laurea alla Normale in fisica, prosegue il cammino da ricercatore, frequentando il corso di perfezionamento in fisica sperimentale delle alte energie, che corrisponde al dottorato di ricerca. “È stata una lotta per la sopravvivenza, – dice – ma al tempo stesso un’esperienza bellissima”.

di Silvia Cecchi

Estrema selezione, severe richieste in tema di risultati, formazione allo studio non come atto formale ma come spirito critico, preparazione alla ricerca come disciplina e metodo. Sono questi i principi su cui la Scuola Normale Superiore fonda la propria missione, finalizzata a rendere accessibile ai giovani più meritevoli una formazione e una ricerca ai massimi livelli.

L’istituto fu fondato a Pisa nel 1810 da Napoleone Bonaparte come gemello dell’École Normale Supérieure di Parigi per educare i futuri insegnanti dell’impero e con essi una nuova élite intellettuale europea basata esclusivamente sul merito e sul talento individuali. La scuola, pur attraverso le alterne vicende storiche che l’hanno portata fino ai giorni nostri, ha mantenuto inalterata la propria filosofia di fondo, registrando una concentrazione senza eguali di scienziati, scrittori, politici, economisti, uomini di cultura che hanno fatto la storia del nostro Paese.

Palazzo della Carovana, sede della Scuola Normale Superiore

Tutto questo è descritto dettagliatamente nel sito Internet dell’istituto, da cui attingiamo per accennare a grandi linee alle caratteristiche distintive del collegio di altissimo prestigio a livello internazionale.

Per frequentare la Normale, oltre a delle capacità particolari, occorrono nervi saldi perché il sistema selettivo estremamente rigido si concretizza in una lotta per la sopravvivenza. Ce lo spiega il ventiseienne Giulio Mandorli, fortemarmino doc, allievo perfezionando in fisica sperimentale delle alte energie (studio delle particelle subatomiche). Dopo avere conseguito la laurea magistrale alla Normale, oggi frequenta il primo anno del corso di perfezionamento dello stesso istituto, che corrisponde al dottorato di ricerca. Giulio è soddisfatto del proprio percorso di studi e dell’ambiente in cui ha vissuto, ma riconosce che si vivono fortissimi momenti di ansia proprio per la selezione assoluta, che può determinare in qualunque fase la perdita del posto conseguito per concorso.

Per accedere alla Normale c’è una selezione che prevede il superamento di due prove scritte e due orali. In generale gli ammessi al primo anno sono una trentina per il settore di scienze e altrettanti per quello di lettere. I normalisti sono a tutti gli effetti studenti dell’università di Pisa e sono tenuti a espletare gli obblighi didattici che essa impone. Dunque frequentano le lezioni all’università con gli altri iscritti e affrontano i relativi esami, ma devono seguire due corsi in più all’anno alla Normale e superare le prove. “Questi esami aggiuntivi sono molto difficili e c’è solo un appello per esame. Se non lo superiamo, non abbiamo altre possibilità e siamo fuori”.

La Normale è oggi una scuola d’élite a base ugualitaria, che premia il talento, il merito e le potenzialità dei propri allievi a prescindere dalla loro provenienza sociale e dal loro curriculum di studi precedente. Il suo scopo è preparare studiosi, professionisti e cittadini dalla formazione culturale ampia e dal forte spirito critico.

L’istituto è a costo zero per i suoi allievi. Le tasse versate all’università di Pisa sono infatti rimborsate per intero dalla scuola. Per tutta la durata della carriera accademica i normalisti usufruiscono dell’alloggio gratuito (stanza singola con bagno) presso uno dei suoi collegi; della mensa dell’istituto; del libero accesso alla biblioteca della scuola; dell’assegnazione di borse di studio di vario genere e dell’utilizzo delle strutture di ricerca. Tre sono gli ambiti delle materie che si articolano in varie discipline: scienze umane (lettere), scienze matematiche e naturali, scienze umane e sociali.

All’uscita dalla discussione di laurea

Quali sono stati i momenti più duri? “Il peggio del peggio sono stati il primo anno e la tesi”, risponde Mandorli. “Frequentiamo più di quaranta ore a settimana di lezione. I primi due anni soprattutto sono difficilissimi, ma per tutto il corso di studi occorre essere in pari con gli esami e avere una media alta. Alla fine di ottobre vengono controllati i libretti e se non si hanno tutti i requisiti richiesti in regola, si perde il posto”.

Bisogna dimostrare di avere buona padronanza delle lingue e per questo sono previsti degli esami di inglese e di un altro idioma a scelta. Giulio, inoltre, è rientrato nel periodo in cui era previsto il superamento di una prova ulteriore per passare al quarto anno, che consisteva in un esame su tutti e tre gli anni precedenti.

Per accedere al corso di perfezionamento (dottorato) occorre nuovamente affrontare un concorso in cui vengono valutati i titoli, il progetto di dottorato e superare un esame orale.

Giulio ha frequentato le scuole della zona (elementari all’istituto Canossa, medie alle Guidi e liceo scientifico Michelangelo) ed ha avuto passione per la matematica fin da piccolo. Alle medie gli insegnanti hanno saputo valorizzare questo suo interesse e mettere a frutto le sue capacità. Quando è arrivato alle superiori si è molto appassionato alla fisica: “La matematica se la inventano le persone, la fisica se la inventa la natura. Mi sembrano più belli i concetti che vengono fuori dalla natura piuttosto che dalla mente umana”, commenta. Gli chiediamo se si può dire davvero che la matematica se la inventano le persone e di provare a spiegarci il concetto in maniera più semplice possibile: “Si può dire, si può dire. La matematica si basa su assiomi. Si prendono dei fatti e si danno per veri (se tutta la comunità discute che quella cosa sia vera, siamo d’accordo che quell’assioma è vero). In fisica, invece, bisogna arrivare a capire gli assiomi guardando gli esperimenti. Anche la fisica è complicata e assiomatica, ma è finalizzata a descrivere qualcosa. C’è costantemente un riscontro con la natura e secondo me è più stimolante. Ci sono sempre esperimenti pratici e bisogna farli bene, altrimenti si rischia di non confermare la teoria giusta”.

Il dottorato di ricerca di Mandorli riguarda la “forza forte” attraverso l’utilizzo di un tipo di particella elementare che si chiama “b”. Per questo studio si è già recato in Svizzera al Cern, organizzazione europea per la ricerca nucleare, il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle il cui scopo principale è quello di fornire ai ricercatori gli strumenti necessari per le indagini in fisica delle alte energie.

Sembra che io faccia chissà che, invece mi occupo di un mini tassello di un puzzle da miliardi di pezzi”, dice. “Sull’esito di tante analisi che farò, realizzerò delle pubblicazioni”.

Pisa, periodo del liceo. Uno scatto davanti all’ingresso dell’INFN, dove oggi Mandorli lavora al dottorato.

Durante il nostro colloquio Giulio si rende disponibile a venirci incontro, semplificando al massimo i concetti per non metterci in difficoltà. Il giovane ricercatore è alla mano e non insiste affatto sulle sue innegabili capacità. La domanda, però, è d’obbligo: “Giulio, dicci la verità, ti dai un po’ di arie?”. “Spero di no”, risponde e chiama la sorella maggiore per un parere oggettivo. Luisa, che studia biologia molecolare all’università di Pisa, conferma: “I normalisti delle materie scientifiche che ho conosciuto in facoltà sono veramente tanto bravi. Devono ottenere voti eccellenti perché per loro è indispensabile tenere una media alta. Diversi di loro si sono dimostrati anche molto disponibili ad aiutare noi universitari nello studio”.

La pressione cui sono sottoposti gli allievi della Normale è tutto fuorché normale. Per questo motivo c’è un medico, psichiatra, a disposizione degli studenti. Domandiamo a Giulio se non abbia mai pensato di mollare: “Non avrei saputo che altro fare”, risponde. Per la precisione intendevamo dire lasciare la Normale e continuare il corso ordinario all’università. “No, avrei comunque tentato”. A Giulio, in pratica, non è mai venuta in mente la possibilità di rinunciare al posto in collegio.

Nonostante le sue capacità, più volte ci dice che per lui fare questo percorso è stata quasi una scelta obbligata, visto che, oltre al fatto di riuscire molto bene nelle materie scientifiche, aveva delle grosse difficoltà nelle materie umanistiche. Ci viene spontaneo commentare che non sarà stato un problema così grande, dato che è notoriamente più difficile fare i conti: “Ecco, le stesse difficoltà che hanno gli altri a fare i calcoli, io le ho con l’italiano”, ribatte. E in famiglia cominciano a raccontarci una serie di aneddoti sulla sua ostilità verso i temi e simili: “Ha faticato molto nelle materie umanistiche, gli insegnanti che ha avuto sono stati davvero comprensivi”, riferisce sua mamma Lucia. “Alle superiori lui voleva approfondire le materie scientifiche oltre l’orario scolastico, mentre noi volevamo mandarlo a ripetizione di latino. L’insegnante, però, ci disse di lasciare perdere il latino. Insomma, non volevano sottrargli tempo per studiare bene la matematica e la fisica”. È innegabile che ci avevano visto giusto.

La famiglia Mandorli

I genitori Mandorli sono stati sempre presenti per Giulio, nonostante vivesse a Pisa e trascorresse là gran parte del tempo per gli impegni di studio. Anche il babbo Alessandro lo ha sempre sostenuto e seguito, offrendogli la sua presenza discreta, ma sicura.

La vita del normalista è fatta di lezioni all’università la mattina e il pomeriggio fino alle sei. Quando si esce, dalle 18 alle 20 si va a lezione alla Normale”, spiega l’attuale ricercatore. “La vita che si fa è in comune: si trascorre tutta la giornata con i compagni di collegio, ci si reca insieme in facoltà, si mangia a mensa insieme, si condividono sale per studiare e per giocare. Gli ambienti sono belli e se si ha bisogno di un amico, basta fare il corridoio e bussargli alla porta”.

Il clima che si respira fra normalisti è all’insegna della collaborazione, della solidarietà e della comunanza di interessi. Gli allievi dell’istituto si istruiscono prima di tutto tra loro medesimi: “Il collegio è predisposto perché ci incontriamo e ci aiutiamo a vicenda”, racconta Mandorli. “La cosa più arricchente dell’ambiente è il fatto di stare insieme a persone molto brave con cui ci si può confrontare tutti i giorni”. Gli studenti si ritrovano nei vari ambienti senza distinzione di corsi e di età. Dunque è possibile per loro uno scambio importante. “Le cose più importanti le ho imparate a mensa, parlando con gli altri compagni”.

Come allievo perfezionando adesso Giulio non vive più in collegio, ma in un appartamento con un compagno di studi, sempre a Pisa. Fra i suoi compiti l’incarico di seguire sei studenti che frequentano il primo anno della Normale.

In conclusione gli chiediamo se nell’ambiente è diffuso o meno il sentimento religioso e se il genere di studi influisce in qualche modo sul rapporto tra individuo e fede. “Sono quasi tutti atei – risponde – e in generale non si parla di questo argomento”. A questo punto la conversazione si allarga anche alle sorelle, Luisa e Anna, che ci hanno raggiunto e si sono sedute al tavolo con noi. “Secondo me – interviene Luisa – uno scienziato accetta solo quello che è confermato da una prova. Io mi pongo sempre tante domande e questo si ripercuote anche sull’argomento fede. Sinceramente ho dei dubbi, ma cerco di non parlarne agli altri perché non vorrei influenzare qualcuno negativamente”.

Io non avverto niente di tutto questo”, commenta Giulio. “Non mi serve una prova per credere. Nessuno dei due aspetti scalfisce l’altro”.

Anna, che frequenta il primo anno di scienze politiche, a questo proposito dice: “La nostra fede proviene dall’educazione che ci hanno trasmesso i nostri genitori. Per me scienza e fede sono due argomenti distinti”.

In fisica non c’è la dimostrazione che Dio non esiste – conclude Giulio Mandorli – e la ricerca sull’origine dell’universo non dà una risposta alla domanda se Dio esiste o no”.

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