CHIESA “LIQUIDA”?

di DON PIERO MALVALDI

Non passa giorno senza un riferimento mediale alla famosa teoria del sociologo polacco Zygmunt Bauman per cui la modernità, includendo con questo termine la società, la politica, la famiglia ecc., è “liquida”, instabile, in perenne movimento.

Con questo aggettivo, decisamente fortunato, l’autore voleva dire che in questo particolare momento storico mancano punti di riferimento ideologici precisi, vige una perenne incertezza politica, le relazioni interpersonali sono a tempo, si registra una diffusa precarietà economica nonostante i ritmi di vita professionale frenetici per cui è ipotizzabile, a breve, una disintegrazione dei valori sui quali è edificata la nostra civiltà occidentale. Riconosce, per fortuna, un “principio speranza” cioè la possibilità di un recupero, grazie all’impegno di persone intelligenti e sensibili.

Può darsi allora che anche la Chiesa, intendendo in questo contesto la comunità ecclesiale, sia “liquida”?

Con questo editoriale proverò a rispondere, non prima però di riferire un gustoso accadimento “liquido” dei miei anni giovanili assai utile – come esempio – per focalizzare la situazione ecclesiale corrente.

Eravamo tre amici, in piena estate, nullafacenti, intenti solo a bighellonare sulla spiaggia di Marina di Pisa. Ci venne proposta un’escursione in mare aperto che accettammo felici. La barca era un guscio di noce ma aveva un buon motore e quindi, teoricamente, non avremmo dovuto patire inconvenienti anche perché l’isola della Gorgona, meta della nostra escursione, si intravedeva a occhio nudo.

Partimmo da Bocca d’Arno. Alla guida il carissimo Alfio, l’unico provvisto di patente nautica e di un briciolo di esperienza. Il viaggio filò via liscio fino all’isola: era una giornata splendida e il mare era una tavola. Ci fu tempo per ridere e scherzare, per tuffi e nuotate, per la merenda di metà mattina e una pausa soleggiata.

Giunse infine l’ora del rientro ma il tempo ci aveva riservato una brutta sorpresa: una folta cappa di foschia, tipica dei giorni di gran caldo, si era insediata e ci impediva di scorgere terra nonostante la vicinanza.

Dove eravamo finiti e quale rotta dovevamo impostare per tornare in porto? Con il mio solito umorismo intervenni paventando il pericolo di finire in Corsica con il risultato che mi beccai un sacco di insulti e l’invito autorevole di Alfio a tacere!

Anche lui infatti era preoccupato. Trasse fuori dal cruscotto la carta e chissà come capì che, senza rendercene conto, a causa delle forti correnti del canalone, ci eravamo spostati a Sud rispetto al punto di sosta. Fece un po’ di calcoli e sentenziò che dovevamo impostare una rotta di 48° verso Nord per poter rientrare in Arno.

Si trattava adesso di lavorare di “bussola”.

Non so se vi è mai capitato di consultare una bussola, in mare aperto, con la corrente che fa girare la barca da ogni parte, il sole a picco sulla testa e un forte nervosismo in giro… La barca si muoveva di continuo rendendo difficilissimo se non impossibile per noi inesperti verificare la rotta con lo strumento: posizionammo i quattro remi in mare per stabilizzarla in qualche modo e poi, fatto il punto, partimmo verso la presunta destinazione di rientro. Ovviamente nessuno aveva voglia di parlare.

Scrutavamo inutilmente l’orizzonte ma vedevamo soltanto acqua all’intorno.

Poi, finalmente, dopo un’oretta di affannosa navigazione alla cieca ecco la terra: era Viareggio! A quel punto pacche sulle spalle ad Alfio (nonostante l’errore di calcolo decisamente notevole) e risate a non finire. Eravamo salvi!

Alfio stranamente taceva. Il motivo lo capimmo all’altezza del fiume Morto, davanti a San Rossore, quando il motore improvvisamente si spense e lui tornò loquace: “dai, ragazzi, diamoci da fare con i remi…”.

Fu un rientro al porticciolo di Bocca d’Arno tutto sommato sereno nonostante il sudore e la schiena dolorante: avevamo peccato di presunzione ma avevamo capito la lezione ed evitato la deriva.

Lo sguardo divertito dei vecchi pescatori assiepati sul molo e un accenno di applauso ci fece felici.

Tornando al nostro tema ritengo che ci siano notevoli somiglianze fra la nostra giovanile avventura e lo stato attuale della Chiesa.

È indubbio infatti che una densa coltre di nebbia/foschia già da tempo è calata sulla comunità ecclesiale impedendo a tanti fedeli di scorgere chiaramente l’orizzonte cioè, fuori metafora, di mantenere la fede in Gesù Cristo e la fiducia nella Chiesa ministeriale.

Pur senza drammatizzare dobbiamo con amarezza constatare che tanti nostri giovani, sebbene educati cristianamente, hanno rinunciato a raccogliere il testimone dai loro educatori (genitori, sacerdoti…) dichiarandosi agnostici se non addirittura atei.

Ma non solo i giovani hanno abbandonato la Chiesa. Ormai anche tanti adulti, che in un tempo non così lontano erano attivissimi nelle organizzazioni ecclesiali, si sono oggi dispersi in movimenti, partiti, gruppi d’opinione assolutamente laici.

Una diaspora che ha svuotato dapprima le chiese poi i seminari e i conventi.

Il motivo di questa disaffezione consapevole, ha scritto ultimamente il papa emerito Benedetto XVI, seppure smentito da alcuni teologi che individuano altre cause ben più remote, probabilmente risale agli anni fatidici del 1968 quando si impose l’autonomia morale (nel senso etimologico del termine: ognuno si fa una legge etica per proprio conto).

C’è poi il problema delle correnti che muovono a piacimento la piccola barca delle nostre convinzioni. Sono correnti fortissime che sparigliano in modo subdolo: è sufficiente affidarsi, anche in buona fede, a un determinato movimento o gruppo e trovarsi coinvolti, nostro malgrado, in situazioni decisamente spiacevoli.

Nella controversia tra tradizionalisti e innovatori riguardo alla liturgia, ad esempio, ci sono stati purtroppo episodi clamorosi: laici e perfino consacrati sono rimasti impigliati nelle divisioni correntizie arrivando a odiarsi reciprocamente, calpestando il precetto principe della nostra religione, l’amore reciproco. Per fortuna poi il buon senso ha prevalso e ultimamente le polemiche si sono stemperate anche se sono rimaste molte cicatrici fra i contendenti.

Ma, per fortuna, pure in presenza di fitta nebbia e di forti correnti c’è la bussola del Vangelo che, se letto senza preconcetti e vissuto con apertura d’animo, impedisce qualsiasi deriva.

Però come la bussola va saputa interpretare in quanto risente dei movimenti ondulatori del mare così il Vangelo va saputo leggere tenendo conto della marea ideologica dei tempi correnti e dell’interpretazione data dagli antichi Padri e dal Magistero contemporaneo.

Spero proprio, a questo punto, di essere chiaro nella mia esposizione: la questione infatti, delicatissima, è di viva attualità.

Coloro che parlano e soprattutto scrivono che anche la Chiesa è “liquida” lo affermano perché, in coscienza, ritengono che l’attuale Magistero non interpreti con sufficiente esattezza il Vangelo, determinando incertezza e confusione ideologica fra i fedeli.

Ora è chiaro che ritenere inaffidabile il Magistero equivale a dichiarare conclusa l’esperienza storica della Chiesa ossia la fine del cristianesimo.

Ma non è così.

La dottrina cristiana infatti, soprattutto nei primi secoli, non è stata monolitica: sono occorsi secoli e svariati Concili per giungere alla attuale professione di fede. Famosi i primi concili per contrastare le eresie cristologiche ma anche i successivi come il Concilio di Trento a metà del XVI secolo, il Vaticano I indetto da Pio IX alla fine del 1800 e quello vicinissimo a noi, il Concilio Ecumenico Vaticano II.

Intendiamoci, non è che il cristianesimo ossia “ciò che in ogni luogo, sempre e da tutti i cristiani viene creduto” (Vincenzo di Lerins) sia stato modificato.

Piuttosto è stato sviluppato, allargato ad altri temi in precedenza non considerati, presentato con un linguaggio diverso per favorirne meglio la comprensione, riportato alla sua “affascinante semplicità” secondo un’espressione di Papa Francesco.

Ognuno di questi punti accennati meriterebbe un ulteriore chiarimento (Denzinger alla mano) fatto di precise citazioni magisteriali ma, dato che la rivista deve essere di facile lettura, non ritengo opportuno aggiungere altro pur restando disponibile a delucidazioni su punti controversi.

Vorrei quindi chiudere tornando per un attimo al “principio speranza” di cui parlava Bauman.

Non dobbiamo lasciarci andare a scoraggiamento o a critiche ingenerose.

La Chiesa non è “liquida” anche se in questo particolare momento storico può apparire tale: ha infatti una dottrina ben precisa pur essendo aperta alle domande e alle osservazioni del popolo cristiano e non solo.

Ha un legittimo pastore, Papa Francesco, che ci sprona a “incontrarci, a prenderci in braccio, a partecipare a questa marea un po’ caotica che però può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio” (Evangelii Gaudium, 87)

E soprattutto lo Spirito Santo “che suscita una moltitudine di testimoni che ci spronano a non fermarci lungo la strada, ci stimolano a continuare a camminare verso la meta” (Gaudete et Exultate, 3) anche attraverso imperfezioni e cadute.

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