CARITÀ SIMPATICA

Don Agostino 1

Conoscere il prossimo ed essere partecipi degli stati d’animo altrui è l’anima della carità. Accompagnarsi a vicenda, alla scoperta e nel rispetto della diversità di ciascuno, è motore di gesti che possono rivelarsi di reciproco sostegno. Don Agostino Rota Martir da circa venticinque anni vive con i Rom. Nel corso della sua lunga missione di sacerdote ha approfondito la pastorale che si rivolge ai migranti ed ha costruito rapporti di amicizia con numerose comunità e famiglie zingare: “Misericordia significa ascoltare, coinvolgersi, come Dio ha fatto col suo popolo, senza avvicinare il prossimo come se fossimo maestri”.

DI SILVIA CECCHI

L’unità non comporta l’uniformità. Accompagnarsi al prossimo, condividere un tratto di strada insieme all’altroè questione di simpatia, ovvero di condivisione di emozioni.

Il termine, che deriva dal greco συμπάϑεια, composto da σύν “con” e πάϑος “affezione, sentimento”, nella sua origine etimologica non coincide infatti con il significato che comunemente ha assunto di attrazione dovuta a piacevolezza, ma indica partecipazione alle passioni dell’altro. La partecipazione agli stati d’animo coinvolge, unisce, determina uno scambio e un’integrazione fra le persone, che tuttavia mantengono la propria diversità.

“La simpatia pura coincide con la carità, ovvero con l’amore per il prossimo, nonostante le differenze, i limiti e i difetti”, spiega don Agostino Rota Martir, prete diocesano di Pisa,forte di un’esperienza di circa venticinque anni di vita con i Rom, che tuttora vive stabilmente nel campo di Coltano e intrattiene relazioni con varie comunità gitane. “Dio è entrato in simpatia col suo popolo, si è fatto coinvolgere e non ha mai smesso di amarlo nonostante tutti i suoi tradimenti ed errori”, commenta citando Esodo 3, 7-8  quando Iahvé dice “ho visto l’umiliazione del mio popolo”, “ho udito il suo grido”, “ho preso conoscenza dei suoi dolori e sono disceso per liberarlo”.

Gli zingari presenti a Coltano sono di etnia Rom, sono extracomunitari con permesso di soggiorno, provengono dai Balcani e sono tutti musulmani. Quando gli chiediamo in che modo si occupa di loro, il sacerdote ci corregge subito: “Io non mi occupo. Io vivo in questa realtà perché l’altro mi sostiene nella mia fede, nel mio cammino di prete e mi aiuta a essere uomo”.

Don Agostino 2

“Stare con gli zingari significa accettare di essere perdenti e questo è Vangelo. Noi, infatti, siamo discepoli di un perdente. Non basta ricordarselo solo al triduo della Settimana Santa. Io vorrei una Chiesa capace di gioire e di piangere insieme al prossimo”, dice don Agostino.

“Non esiste solo il punto di vista di chi stabilisce le regole, ma c’è anche un punto di vista diverso, che merita attenzione e presa in considerazione. Riuscire a sentirsi al posto dell’altro ci spoglia delle nostre certezze, mentre generalmente nella Chiesa accade che coloro che sono svantaggiati vengono considerati destinatari della nostra bontà, della nostra carità”.

Invece del verbo occuparsi, il sacerdote utilizza ‘accompagnare’. Ci spiega che è un verbo biblico: non significa guidare, ma indica il desiderio di fare insieme all’altro un pezzo di strada, perché il prossimo è importante per noi e perché anche noi abbiamo bisogno di lui.

Accompagnare, dunque, significa entrare in simpatia, imparare a condividere le sofferenze, le gioie, gli stati d’animo dell’altro, a comprendere le sue ragioni, senza rimanere a distanza di sicurezza.

“Non siamo una ‘Ong’, che è lì solo per fare”, puntualizza don Rota Martir. “Il fare a volte è pericoloso, perché non ci aiuta ad entrare nel mondo del nostro prossimo”.

‘Fiducia’ è l’altra parola su cui il sacerdote focalizza l’attenzione: “Si costruisce giorno per giorno, entrando in punta di piedi nella vita degli altri, non come maestri, professori”. E rivolge una domanda: “Sapete entrare, capire, domandare?”.

Il prete spiega che gli zingari non hanno bisogno di essere istruiti, integrati, convertiti: “Nella nostra cultura sono considerati per lo più un problema che deve essere risolto attraverso progetti. A Pisa ne vengono fatti tanti, ma in mancanza di fiducia e di simpatia falliscono. E la colpa si dà agli zingari. È una realtà difficile la loro, è vero, però se la affrontiamo con i nostri criteri siamo destinati a fallire”.

Il sacerdote fa un paragone tra l’immagine biblica del roveto ardente(Esodo 3, 1-6) e i Rom, spiegando che costituiscono uno spazio particolare, con le sue contraddizioni, ma tuttavia sacro e amato da Dio.

Per questa ragione la diocesi ha riconosciuto il valore della presenza pastorale, nella figura di don Agostino, considerando il campo un luogo di attenzione per la Chiesa.

Don Rota Martirha cinquantanove anni e si presenta come un uomo vigoroso e pratico. Vive principalmente nel campo di Coltano, in una roulotte. Nei giorni feriali in genere celebra la Messa nel suo mezzo, mentre nei finesettimana e nei festivi svolge regolarmente e volentieri servizio in numerose parrocchie del pisano, dove viene chiamato in rinforzo dai sacerdoti suoi colleghi.

Il campo è la sua chiesa, come altre volte ha detto, e quando si reca nelle comunità parrocchiali pisane trasmette la sua esperienza di vita umana e cristiana: “Comunico il Vangelo che vivo con i piedi dentro a questa realtà”, dice.

 

Don Agostino 4La scelta di accompagnarsi agli zingari è sua personale e ha radici lontane. Agostino, originario di Bergamo, ha maturato la vocazione da giovane e nell’‘84 è entrato nella congregazione religiosa dei Saveriani come sacerdote missionario. Il carisma di questa comunità è di annunciare il Vangelo ‘ad gentes’, a chi cioè non lo ha mai conosciuto, e la sua azione è rivolta per lo più ai classici territori esteri di missione. Col tempo,però, il ‘religioso’ Rota Martir ha avvertito in modo pressante la necessità di attualizzare il carisma in questione, ritenendo che la tale vocazione appartenga a tutta la Chiesa: “L’immigrazione e la globalizzazione scardinano la geografia. I destinatari delle opere missionarie oggi li troviamo nelle nostre città”.

Alcune esperienze lo hanno rafforzato in questa direzione. La prima, negli anni ’90, è stata messa in atto proprio da un nucleo di Saveriani a Mazara del Vallo in un contesto di forte presenza di immigrati. Là il sacerdote ha fatto conoscenza della pastorale che si rivolge ai migranti, ai Sinti eai Rom. “Questa Chiesa mi è piaciuta – racconta – perché non ha strutture, è pluralista, raggruppa carismi eterogenei”.

Nel campo Rom del Casilino a Roma, poi, il prete è rimasto colpito dalla testimonianza di tre suore missionarie francescane, che vivevano in una roulotte, con una presenza discreta, semplice, fatta di amicizia con le famiglie zingare e non legata all’attuazione di progetti.

In linea con il suo sentire è entrato in contatto con le fraternità dei “Piccoli Fratelli “ di Charles de Foucauld a Spello, in Francia e in Spagna, il cui carisma è legato al valore della presenza, senza fare catechesi né opere particolari, ma vivendo l’ordinarietà.

Il suo cammino di avvicinamento verso i Rom e verso questo tipo di pastorale ha determinato il suo distacco dalla congregazione saveriana, passaggio tutt’altro che semplice e indolore, ma inevitabile.

Don Agostino ha fatto suoi i consigli delle religiose conosciute al Casilino per entrare in relazione con i Rom e per costruire legami di fiducia con gli stessi. Gradualmente è diventato ospite delle comunità zingare pisane fino ad essere accettato come membro stabile.

Una decina d’anni fa è stato incardinato nella diocesi di Pisa, appunto come prete ‘diocesano’. Tra il sacerdote e le famiglie del campo si è stabilito un rapporto di confidenza e d’intesa che porta ad un quotidiano scambio culturale e religioso, pur nelle reciprochedifferenze.

Nel corso del nostro colloquio il prete cita ad esempio affermazioni di vari uomini di spessore appartenenti alla chiesa e non:

Per comprendere l’altro non bisogna conquistarlo, ma bisogna farsi suo ospite.Si crea così un amalgama e ci si accorge che anche noi siamo accompagnati dal nostro prossimo. Nello spazio dell’ospitalità si creano le relazioni, anche in presenza di inevitabili scambi e arrabbiature”.

“Lasciarsi fare da chi è scartatovuol dire cambiare le nostre dinamiche”, aggiunge. “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo(Mc 12, 10-11): questa non è sociologia, è Vangelo”.

In tante circostanze il sacerdote si è schierato pubblicamente in difesa dei diritti dei Rom: “Stare dentro a queste situazioni non è facile. Anch’io ho fatto fatica, ma bisogna cercare la bellezza nell’altro. Vivere tra le carovane mi ha fatto vedere ciò che non appare. Noi in genere ci fermiamo alla sporcizia, all’accattonaggio, ai furti. Nel campo non c’è solo degrado e abbandono, ma anche tanta vitalità, cosa che il mondo dei ‘gagè’ (così sono chiamati coloro che non appartengono al popolo zingaro) fa fatica a capire”.

Don Agostino afferma che non siamo capaci di vedere le perle di Vangelo che esistono in queste comunità e di cui neanche i loro membri hanno consapevolezza. Gli chiediamo di farci degli esempi concreti: “Intanto, nelle comunità Rom non esistono scarti umani”, risponde. “Chi attraversa una crisi di varia natura, economica, culturale, psicologica, viene sostenuto dagli altri e anche l’ultimo non viene lasciato solo. Poi la resistenza, ovvero la capacità di affrontare le situazioni difficili, come i martellanti controlli, e di ricominciare. Un altro valore è costituito dalla famiglia, con tutte le sue dinamiche, belle e brutte. È fattore di coesione e di accoglienza, anche verso sbandati e bisognosi”.

Misericordia, spiega il prete, è osservare, ascoltare, conoscere, coinvolgersi: “La Chiesa che sta con i Sinti e i Rom cerca di farlo, ma la comunità cristiana ha difficoltà in questo: è incapace di osservare, di udire, assolutamente non conosce le sofferenze di questo popolo”.

Gli chiediamo se non ritiene che vi siano delle ragioni concrete alla base di questa diffidenza: “La chiusura reciproca­– risponde – ha radici storiche: un popolo che per secoli è stato visto come il male ed è stato vittima di persecuzioni ha nel dnala paura, così come in noi è innata la diffidenza verso di loro”.

Don Agostino si sofferma infine sul concetto di periferia, parlando del rischio di fraintendere l’invito di papa Francesco ad uscire e raggiungerla quasi come se si trattasse di una crociata per risolvere i problemi altrui. “Il Santo Padre ci ha proposto una bella immagine: il pastore che ha l’odore delle pecore. Ma se ci avviciniamo alle realtà marginali da padroni è come se portassimo con noi delle bombolette di deodorante, rappresentate concretamente dai nostri progetti prestabiliti, che determinano solo scarti”.

“Le periferie– conclude – sono un luogo teologico, uno spazio dove Dio si manifesta. Da lì si rivela e parla alla società e alla Chiesa”.

febbraio 2016

 

 

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