255. IN CAMMINO – strategie pastorali

Il titolo della conferenza era decisamente accattivante. “Come uscire dalla attuale situazione pastorale?” Il relatore, un sociologo dell’Università di Milano molto conosciuto e affermato. Ho ascoltato con molta attenzione ma sono rimasto deluso.

Può darsi benissimo però che sia colpa mia: non ho competenze specifiche se non quella d’essere parroco da più di quarant’anni, anzi, quasi cinquanta.

La delusione non ha riguardato l’analisi, lucida e precisa ma le indicazioni atte a superare il grave momento che vede le chiese semivuote e le nuove generazioni lontane e, almeno all’apparenza, irrimediabilmente perdute.

In parole povere ci viene suggerito di trasformarci in assistenti sociali innervando l’impegno con una generica “sapienza cristiana” che poi non si sa cosa voglia dire.

Se le uniche fragilità riconosciute sono soltanto quelle “educative, psicologiche, lavorative e affettive”, il prete cosa ci sta a fare?

Io penso che, senza trascurare quanto sopra, lo specifico del sacerdote sia quello di prendersi cura delle fragilità spirituali di chi si sente abbandonato da Dio e mortificato dalla Chiesa.

Come ho già scritto sopra può darsi che, per stanchezza o altro, non sia riuscito a capire ma io avrei dato un altro taglio.

La realtà, per fortuna, è un’altra e cioè che le persone odorano la santità e cercano chi la vive (pur con tutte le debolezze e i peccati propri della natura umana) perché nel prete vogliono vedere Gesù.

254. IN CAMMINO – In attesa di …

In attesa di presentarmi in piazza per partecipare alla festa della Repubblica siedo al computer per scrivere qualcosa per voi carissimi e affezionati lettori delle mie note quotidiane.

All’inizio questo servizio mi sembrava un peso. Oggi invece mi appassiona perché mi consente di tenermi in contatto con un buon numero di persone e, perché no, anche di fare un po’ di bene suggerendo qualche riflessione.

Questa mattina ho trovato spunto per la mia nota/riflessione quotidiana nelle parole del caro Roberto (l’uccellaio, per gli amici) che ha citato il detto della campagna che vuole “morto” chi lavora “l’orto”.

“L’orto vuole l’òmo morto”: questo è il detto preciso. Sta a significare che il lavoro della campagna è un lavoro terribilmente usurante per chi lo pratica. Venendo dalla campagna – com’è noto sono nativo del piano di Pisa – mi ha fatto tornare alla memoria certi personaggi della mia fanciullezza come, ad esempio la dolcissima signora Giuditta che dopo una vita intera passata a raccogliere erbe campestri aveva la schiena a pezzi e camminava tutta curva ormai impossibilitata a ergersi dritta. Oppure la “rossa“, una signora slanciata con la chioma rossa al vento, che si alzava alle 4 del mattino per andare al mercato delle verdure e quando tornava aveva da accudire le vacche nella stalla fino a mezzogiorno per poi tornare nel campo fino a sera: aveva le mani deformate dal lavoro ma non si lamentava perché … era la sua vita da sempre!

Il detto dice “l’òmo morto” e io invece ho citato due donne… Gli uomini infatti, almeno quelli che ho conosciuto da bambino, avevano qualche svago: la partita a carte con gli amici, la sera al “Grubbe” (ho scoperto crescendo che era il Club) le fiere a Lucca e a Pontasserchio, qualche “cenata” in compagnia. Non che loro non lavorassero, intendiamoci, ma lavoravano nei campi dell’Arnaccio dall’alba al tramonto ma io non lo sapevo. Invece le donne le vedevo tutti i giorni perché lavoravano sull’uscio di casa.

A proposito di “uscio” mi è rimasta l’espressione che usavano queste donne per indicare la pasta con le verdure che era il pasto di tutti i giorni. Per indicare che la pasta era condita (soltanto) con le verdure dicevano appunto che era fatta “sull’uscetto dell’orto”.

Persone straordinarie che hanno fatto del lavoro l’impegno di tutta la vita e meriterebbero, anche se “alla memoria”, un cavalierato della Repubblica.

253. IN CAMMINO – Un anziano signore…

Un anziano signore, casualmente incontrato per strada, mi ha rivolto un sacco di elogi fino a dirmi: “Grazie di esserci”!

Mi sono schermito ritenendo in coscienza di non essere molto diverso dagli altri sacerdoti e anche perché sono ben consapevole dei miei limiti decisamente notevoli. Gli ho chiesto conto di questa sua affermazione anche perché era una persona a me affatto conosciuta:

“La ringrazio dell’apprezzamento ma non ricordo di averla mai vista in chiesa”.

“Può darsi – mi ha risposto – non vengo quasi mai perché non credo al momento ma prima o poi mi vedrà. Il fatto è che il prete è importante anche per chi non crede”

La conversazione poi si conclusa con i saluti, molto cordiali, e con la promessa di rivederci quanto prima davanti a una tazza di caffè.

Poi però, giunto a casa, mi sono messo a riflettere su quella frase incredibile. Com’è possibile che un prete possa essere importante anche per chi non crede. E poi un prete come sono io che raramente si addentra in argomenti che non gli competono. È risaputo che io cerco di fare il prete e basta: penso a far conoscere Gesù e il suo Vangelo di misericordia, celebro i sacramenti con rispetto e devozione, cerco di vedere sempre l’aspetto più nobile nelle persone, cerco di seguire con attenzione (quando ne ho notizia) ammalati e poveri pur senza escludere chi è giovane, sano e benestante visto che non è una colpa essere giovani, sani e benestanti!

E anche se ho alle spalle studi di discipline diverse mai e poi mai entro in argomenti che non mi competono seppure sollecitato soprattutto nei colloqui spirituali e nelle confessioni.

Penso però che quanto asserito dal mio anziano interlocutore abbia un fondo di verità. Lo sperimento tutti i giorni. Senza scendere in troppi particolari che potrebbero risultare indelicati nei confronti di chi mi ha cercato pur non essendo credente riconosco che il prete, anche se non è riconosciuto rappresentante del Signore, viene spesso cercato per il fatto che, non avendo interessi di parte, abbonda di equilibrio e le opinioni o i suggerimenti che presenta/propone sono pieni di buon senso.

Con tutto questo, come dice il detto “sbaglia anche il prete all’altare”, anche il prete può prendere una “cantonata”… A me è successo! Più di una volta.