177. IN CAMMINO – impazienza

Scrivere ogni giorno qualcosa  sul blog mi sta aiutando. Intanto mi fa sentire meno solo: in questo tempo di pandemia i miei contatti e le mie attività pastorali si sono rarefatte e quindi approfitto del blog per stare in compagnia… virtuale.

Mi serve però anche come specchio per mettere a fuoco e valutare con maggiore attenzione episodi del passato (come ieri, ad esempio) che mi tornano alla memoria o le varie vicende quotidiane della mia attività pastorale.

Ieri, ad esempio, contrariamente al mio solito ho avuto un moto improvviso di impazienza nei confronti dei miei confratelli nel corso della riunione del Consiglio. Mi sono alzato per andarmene. Poi sono rimasto ma mi sono chiuso in un silenzio… polemico.

Senza entrare nel merito – si tratta infatti di questioni riservate – il motivo per cui ho avuto questa reazione esagerata dipende dal fatto che ormai sono parroco in Versilia da 25 anni…

In tutti questi anni di discorsi “simili” (anche se non uguali) ne ho ascoltato a josa per cui nel sentire riproposte per l’ennesima volta argomentazioni già ascoltate, discusse e verbalizzate mi crea disagio e conseguente impazienza.

Anche se ho molte attenuanti riconosco però d’essere nel torto. Alcuni miei confratelli infatti sono presenti in Versilia da pochi anni e dunque sono ignari di quanto abbiamo detto/fatto in precedenza. Le loro indicazioni quindi vanno giustificate e accolte senza cedere al nervosismo.

Non credo che qualcuno fra loro leggerà questa mia nota odierna ma averne scritto mi fa sentire più leggero in coscienza.

176. IN CAMMINO – G.d.M. (2)

La giornata della memoria è passata con i suoi tristi ricordi. Ho letto il bel libro di Veltroni e Modiano sull’esperienza di quest’ultimo nei campi di concentramento e mi sono commosso: come si fa a non commuoversi leggendo l’esperienza di un povero bambino vittima di tanta cattiveria!

Nello stesso tempo ho provato a riflettere sul motivo che “fonda” la violenza/cattiveria/crudeltà. Come è possibile che persone “normali” accettino di praticare la violenza nei confronti dei propri simili.

Penso che sia una questione di debolezza “morale”. Sono i deboli, spesso, a farsi crudeli. Ricordando gli anni della scuola mi è venuto da fare un po’ di esame di coscienza: non sono mai stato “cattivo” con gli altri. Eppure in certe circostanze anch’io, nonostante i buoni principi ricevuti in famiglia e ancora di più dai miei educatori (molti erano sacerdoti), mi sono lasciato andare a (piccole) cattiverie nei confronti di chi era meno dotato ecc.

Ma perché? Semplicemente perché non avevo ancora maturato un forte senso di moralità. Ero “debole” moralmente e questa debolezza mi faceva diventare irragionevole e pronto alla battuta cattiva o allo scherzo pesante.

E quando qualcuno me lo fece notare rimasi malissimo ma fu una lezione che presi sul serio. Maturando, questo modo di fare scomparve ma ho voluto scriverne di proposito a vantaggio dei nostri ragazzi.

Infatti, se negli anni dell’adolescenza tutto questo è normale soprattutto per i maschi (ma oggi anche per le femmine) non è detto che sia una cosa giusta.

Osserviamo quindi i modi di fare e di ragionare dei ragazzi affidati alle nostre cure e se ci fosse da muovere dei rilievi non abbiamo paura a farli. Li aiuteremo a crescere.