1003. IN CAMMINO – Festa del sacro Cuore

Sono arrivato a casa da pochi minuti e già mi attendono in chiesa per la confessione e altro. È un giorno importante e quindi in molti sono già presenti per partecipare alla Messa e alla Comunione di riparazione.

Anche noi sacerdoti, questa mattina al Calambrone, ci siamo riuniti per una riflessione, l’adorazione eucaristica e la Messa. Abbiamo celebrato la giornata per la nostra santificazione.

Noi, prima degli altri, abbiamo bisogno di santificarci. Non solo siamo pochi ma abbiamo anche perduto lo smalto dei nostri precedecessori al punto che, per la maggioranza delle persone, non siamo più testimoni credibili.

Per fortuna la grazia del Singore supplisce alle nostre debolezze e fa sì che spuntino germogli di santità nelle nostre comunità parrocchiali, nei nostri monasteri e nei nostri seminari.

È per questo motivo che, nonostante tutto, le nostre chiese continuano ad avere un sacerdote e le nostre parrocchie un parroco.

Stamani appunto osservavo come il Signore continui a darci sacerdoti (e suore). Vengono per lo più dai luoghi detti di missione ma sono preti preparatissimi e davvero encomiabili per il sacrificio che fanno lasciando la loro terra per servirci.

Stamani avevo a fianco a tavola il caro don Achille: anche lui viene dalla Tanzania e serve la nostra Diocesi da anni. Questo impegno pastorale non gli ha impedito di laurearsi anche in ingegneria informatica in vista di un futuro impegno nella sua Diocesi africana. È chiaro che non potrà restare per sempre a Pisa ma ha servito e serve con amore la nostra Diocesi senza chiedere niente in cambio se non l’affetto dei suoi parrocchiani.

E come lui tanti altri… davvero cari e bravi! Che il Signore li ricompensi!

1002. IN CAMMINO – Moltmann

È morto, proprio in questa settimana, il teologo protestante tedesco Jurgen Moltmann che avevo citato, per inciso, nei giorni scorsi in una delle mie note quotidiane. Desidero ricordarlo riferendomi stavolta all’ormai prossimo Giubileo 2025 detto Giubileo della “speranza”.

Giorni indietro, discutendo tra confratelli avevo messo a confronto il concetto marxista di speranza (citando Bloch) con quello cristiano (citando stavolta Peguy e il suo “portico”) mettendo in chiaro che la speranza cristiana è strettamente collegata alla “fede” (e alla carità) senza la quale non avrebbe senso. Parlando di fede ovviamente mi riferivo alla fede nel Signore Gesù risorto e alla venuta del Regno di Dio.

Ed è quanto afferma Papa Francesco nella Bolla di indizione dell’ormai prossimo Giubileo della “Speranza” 2025.

Il Papa sfrutta una frase della Lettera ai Romani di San Paolo per dare il titolo alla predetta Bolla intitolata appunto “Spes non confundit”: in italiano “La speranza non delude”.

Poi passa subito a chiarire che la speranza cristiana “non cede nelle difficoltà perché si fonda sulla fede ( in Gesù risorto n.d.r ) ed è nutrita dalla carità e così permette di andare avanti nella vita”. E questo non è un discorso teorico bensì molto pratico perché ci riguarda da vicino con tutti i problemi che incombono sulla Chiesa nel suo insieme e in ciascuno dei suoi membri (crisi di vocazioni, divisioni, guerre, malattie, fragilità morali ecc.)

Ora proprio Moltmann ne “Il Dio crocifisso” aveva specificato che la risurrezione di Gesù è motivo di speranza per tutti coloro che, sconfitti dalle croci della vita, sembrano privi di speranza.

E in ulteriore piccolo libro “Risorto nella vita eterna” scritto nell’occasione della morte della moglie scrive quanto segue: “Mi sono occupato spesso a livello teologico del significato della risurrezione di Cristo per la nostra vita qui e per la nostra speranza nella vita eterna là… Ma da quando è morta mia moglie Elisabeth, la mia prospettiva è cambiata. Il tema è diventato per me anche un problema personale.”

Marco Rizzi commenta quanto sopra scrivendo che è un testo per preparare il cristiano “alla pienezza della vita in cui tutte le cose e le persone che ciascuno ama avranno ancora un futuro”.

Oggi stesso ricorderò Jurgen ed Elisabeth all’altare del Signore. Anche voi aggiungete una piccola preghiera.

1001. IN CAMMINO – E le tortorelle…?

Già, le tortorelle di cui avevo scritto qualche settimana addietro che fine avranno fatto? Me lo sono chiesto e me lo hanno chiesto.

Allora, la prima bestiola purtroppo si è spenta pochi giorni dopo essere stata raccolta: l’allevatore non è riuscito a salvarla probabilmente perché troppo debole.

L’altra invece si è salvata e al momento gode di ottima salute. Si chiama Marta: è ancora in  custodia ma ormai si alimenta da sola e quiundi è prossima a spiccare il volo. Nella foto la vedete bella vispa che aspetta ansiosa di essere liberata.

Al momento è inserita nella “fattoria” avicola dell’amico e collaboratore Roberto insieme con il pappagallo jack (alquanto birichino perché, dopo avermi guardato storto, mi rifilato una beccata forse temendo che infastidissi la Marta).

C’è anche una gallinella dal collo spelacchiato (infatti si chiama Spelacchia) con i suoi quattro piccoli (sono ancora in attesa del nome: quindi si chiamano rispettivamente: Uno, Due, Tre e Quattro). Sono riuscito a fotografarne soltanto un paio. Faccio notare che “Paio” non è il nome del pulcino assente ma una locuzione.

“Tre” si è spaventato forse temendo che volessi farlo arrosto e si è nascosto fra le braccia (piume) della gallina.