655. IN CAMMINO – Papa Benedetto (3)

Oggi, sempre a proposito di papa Benedetto, vorrei scrivere qualcosa sulla sua mitezza di Pastore. Essere miti non significa essere ingenui e nemmeno tolleranti.

Essere miti significa non perdere la pazienza anche davanti a chi fa di tutto per fartela perdere e cercare sempre e comunque l’incontro e, se possibile, il dialogo. L’ingenuo scambia la falsità e l’inganno con la verità e la sincerità. Lui non era ingenuo: capiva immediatamente e reagiva di conseguenza come quando accennò ai “lupi” pronti a fare strage all’interno della chiesa o al “marcio” presente all’interno del Vaticano. Il tollerante permette o acconsente anche a ciò che è sbagliato pur di non avere problemi di immagine. Lui esigeva che la Verità cristiana fosse sempre e comunque chiara e scevra da ambiguità.

Negli anni dell’insegnamento universitario ebbe un grosso contrattempo a Tubinga: e lui lasciò la cattedra, senza fare polemiche anzi restando amico di chi lo aveva ingannato.

Da Vescovo, a Monaco di Baviera, provò a dialogare anche con chi aveva posizioni non più cattoliche e riuscì a recuperare molti cristiani sbandati, inclusi alcuni sacerdoti.

Da Papa è riuscito a dialogare con i musulmani (riuscendo a superare una frizione dovuta più a che altro a un lancio giornalistico parziale), con gli ortodossi, con gli anglicani, con i protestanti e i “tradizionalisti”. E se non sempre è riuscito ad avere risultati è stata sempre riconosciuta la sua mitezza e la sua umiltà.

Clamoroso fu l’episodio della Sapianza, a Roma, che rifiutò di incontrarlo. Lui, con umiltà, accettò di essere messo a da parte rinunciando volontariamente alla lezione magistrale che altri avrebbero voluto a ogni costo.

E poi la drammatica scoperta e la denuncia pubblica della pedofilia all’interno della chiesa: peccato che aveva macchiato anche personaggi importanti. Riconobbe il peccato e ne chiese perdono quasi fosse stata una sua responsabilità.

Come pure la scoperta di alcuni collaboratori che “rubavano” e “vendevano” documenti riservati. Perfino in questo caso manifestò mitezza e umiltà offrendo il perdono e la grazia a chi gli aveva procurato tante sofferenze.

654. IN CAMMINO – Papa Benedetto (2)

Sempre restando sull’argomento della finezza teologica vorrei aggiungere qualche altro dettaglio: a cominciare dal motto episcopale da lui scelto nell’occasione della sua consacrazione a vescovo di Monaco.

Il motto richiamava l’amore per la “Verità” e invitava tutti i cristiani a farsi con lui cooperatori della Verità. Invece furono tre anni decisamente difficili visto il numero crescente di oppositori che incontrava.

Giunto a Roma come responsabile del della Congregazione per la Dottrina della Fede si impegnò, accogliendo l’invito di papa Giovanni Paolo II, nella redazione del Catechismo della Chiesa Universale sempre per chiarire la Verità crstiana.

e alcuni lo criticarono molti altri e soprattutto noi parroci impegnati in prima linea nella catechesi, ne ringraziarono il Signore vista l’incertezza presente nella chiesa postconciliare anche su temi fondamentali.

Divenuto Papa col nome di Benedetto XVI manterrà l’impegno/amore per la “Verità” proponendo l’Anno della  Fede nel 50° anniversario dell’apertura del Concilio. Riguardo alle Encicliche e agli altri documenti magisteriali, ai vari interventi nell’occasione dei viaggi apostolici non mi sento di dire niente se non che sono stati da vero Dottore della Chiesa.

Domani, a Dio piacendo, vorrei scrivere qualcosa sulla sua mitezza nel gestire il governo della chiesa. A domani.

653. IN CAMMINO – Papa Benedetto (1)

Ieri, nel corso delle varie celebrazioni, ho parlato di papa Benedetto morto nella mattinata di sabato scorso. I fedeli presenti in chiesa anche quelli più disattenti (dall’altare si nota benissimo chi ascolta e chi no) subito si sono fermati ad ascoltare quanto dicevo.

Non mi sono dilungato. Ho commentato soltanto quanto avevo scritto, di getto, sul manifesto funebre esposto all’ingresso della chiesa: “La nostra Comunità di Forte dei Marmi partecipa il pio transito di papa Benedetto XVI, fine teologo e mite pastore del popolo cristiano”.

Le due caratteristiche che ho citato ritengo siano le più significative a illustrare il personaggio.

Intanto: “fine” teologo.

Aveva percorso tutti gradi accademici con successo ma senza ostentare sicumera, piuttosto accogliendo con umiltà critiche neppure tanto benevole come quelle che rischiarono di compromettere la sua “carriera” di teologo nell’occasione della discussione della tesi di abilitazione all’insegnamento: relatore e controrelatore si scontrarono pesantemente e chi ne venne penalizzato fu proprio il giovane Ratzinger che rischiò di non essere abilitato. Questa esperienza lo segnò pesantemente a giudicare da quanto scriverà al riguardo: “Le umiliazioni sono necessarie….. È un bene che un giovane conosca i suoi limiti, subisca anche critiche, della sperimentare una fase negativa”. Chi ha letto il mio editoriale sull’ultimo numero della rivista parrocchiale capirà perché facilmente perché questo episodio della sua biografia mi sia rimasto in mente… Questo lo indusse, nel prosieguo del suo insegnamento cattedratico, a essere sempre rispettoso e attento fino alle sfumature nei confronti degli studenti in modo da evitare loro inutili sofferenze. Non a caso costituì uno Schulerkeis (circolo degli studenti) per avere con loro anche un rapporto spirituale oltre che culturale.

Negli anni del Concilio, facendo da consulente al suo Vescovo, ebbe modo di farsi conoscere anche in campo internazionale. I contributi alla discussione del Cardinale Frings lasciavano sempre il segno nelle discussioni. Ma Frings era semicieco e pertanto era fin troppo chiaro che le bozze dei suoi interventi erano redatte da Ratzinger.

I teologi, com’è noto, hanno grande libertà di movimento delle esposizioni accademiche. Anche la teologia è una scienza e procede in modo scientifico. Ovviamente certe ipotesi personali restano tali fino a che non trovano un consenso unanime. Ratzinger su questo punto era intransigente fino a rinunciare (1968) all’insegnamento universitario a Tubinga per non essere coinvolto in una deviazione dottrinale imposta da alcuni colleghi professori. Ma proprio in quell’anno della rinuncia pubblicò “Introduzione al Cristianesimo”, famoso anche oggi per quella frase con la quale spiega il rapporto con il Signore: “Avere fede significa trovare un “tu” che mi sostiene e che mi accorda un amore indistruttibile”.

Il “TU” cui accenna è Gesù cui – così ho letto – rivolge le sue ultime parole prima di spirare… Gesù, ti amo”.