141. IN CAMMINO – mascherina

Ombrelli, cappelli e adesso anche mascherine.

Da sempre perdo ombrelli e cappelli. È una cosa incredibile. Giusto ieri sono uscito col cappello e sono rientrato senza… Mi sono messo a pensare e ho deciso di rifare lo stesso itinerario per vedere di recuperarlo. È un cappello di poco valore ma essendo ammosciato dall’uso prolungato ha il pregio di entrare nella tasca del cappotto e questa è una garanzia contro lo smarrimento.

Niente da fare. Ho girato in lungo e in largo come una trottola ma non sono riuscito a ritrovarlo e quindi ho rimediato dall’armadio un goffo cappello a visiera con tanto di paraorecchi che mi rende decisamente ridicolo. E va bene. Pazienza.

Ma adesso il problema si pone anche con la mascherina. Quando sono fuori casa o in chiesa la tengo ma poi, una volta rientrato, la tolgo e il più delle volte  non ricordo dove l’ho lasciata.

E così quando suonano alla porta ed è necessario indossarla ed ecco il dramma.

“Drinn… Drinnn…”

Dov’è la mascherina? Ah, eccola…

“Vengo subito”!

L’occhio si è fermato su una mascherina abbandonata… Ma è la mia o quella di …    Non sono molto quelli che circolano per la canonica ma qualcuno c’è e quindi il problema si pone. Meglio controllare.

Intanto chi è fuori suona di nuovo e per farsi meglio udire picchia anche con le nocche sulla porta.

Non è la mia, accidenti, è quella della Flavia (è una super-mascherina rinforzata… in pratica sono tre mascherine cucite insieme). Eccone un’altra ma non può essere la mia perché ha uno sbaffo rosso e io non uso il rossetto.

“Eccomi, eccomi”.

Eccola finalmente. Ma sarà meglio quella chirurgica o la FFP2 visto che chi suona-bussa-chiama fuori della porta è uno sconosciuto o almeno così mi sembra dal colore degli occhi.

Opto per quella chirurgica perché è a portata di mano e intanto chiedo:

“Chi è ?”

“Sono Mascherina, (è un soprannome assai comune a Forte dei Marmi) ho bisogno di fare una parola”.

Incredibile, vero?

 

 

140. IN CAMMINO – Elogio della colazione (in compagnia)

Finalmente siamo tornati a “vederci”… Vederci per modo di dire perché eravamo “nascosti” dalla mascherina ma è stato sufficiente per ritrovare il buon umore.

Eh sì, stamattina ho rivisto finalmente l’amico Alberto che è riuscito a sgattaiolare da Pietrasanta, dove abita, fino al Bar Soldi proprio per per potermi incontrare.

“E se ti avessero fermato?”, gli ho chiesto.

“Avrei risposto che andavo dal mio amico don Piero”, mi ha risposto!

Ormai da anni siamo soliti incontrarci quando al Bar Roma, quando dal Soldi, insieme con Dionigi, per fare colazione e per scambiare una parola prima di iniziare la giornata. È una sorta di “buon giorno” che ci fa bene. Il tutto dura pochi minuti fra consumazione e quattro passi ma è davvero salutare vederci e scambiarci un saluto.

Prima c’era anche Gigi a farci compagnia. Ora che lui è in cielo siamo rimasti in tre (anzi in quattro perché anche la Lola partecipa) a fare gruppo.

Devo dire che quella della colazione insieme è un’usanza che ho imparato ad apprezzare nel corso degli anni. Dapprima la ritenevo una perdita di tempo e una spesa superflua. Quando ero vice-parroco a Pontedera, ad esempio, mi rifiutavo di partecipare all’appuntamento della colazione con gli altri sacerdoti della città. Mi ostinavo, inventando scuse impossibili, a starmene da solo quasi mi sentissi superiore ma non mi rendevo conto di sbagliare.

Col tempo invece ho imparato ad apprezzare questo momento: mi sono reso conto non solo di non perdere tempo ma anzi di valorizzarlo né più né meno come quando si prega perché lo stare insieme in amicizia, anche se per pochi momenti, infonde serenità.

E anche se poi il colesterolo ne risentisse, beh ci limiteremo al caffè.

139. IN CAMMINO – ringraziamento

Un doveroso ringraziamento a tutti coloro che mi hanno onorato con un cenno sul telefonino o sulla mail nell’occasione del mio 24° anniversario.

È andato tutto bene anche se non c’era l’allegria di sempre. Ho celebrato Messa, ho fatto un discorsetto spiegando che per i fiori, il rinfresco e la poesia del bimbo ci sarebbe stata un’altra occasione.

Quando pensavo che tutto fosse terminato è spuntata la maestra Anna che ha detto due parole.

Due parole ma dette col cuore, come piace a me, e allora ho avvertito un po’ di commozione. Mi rendo conto di non essere speciale. Cerco di fare il mio dovere con impegno e di voler bene a tutti. Questo perché è tipico del mio carattere ma anche perché voi lo meritate.

Rientrato in casa ho acceso il telefonino scoprendo con gioia che moltissimi amici mi avevano scritto inclusi alcuni miei vecchi parrocchiani di San Casciano che evidentemente non riescono a dimenticarmi.

A quel punto, pur essendo solo, ho stappato una bottiglia di spumante (dolce) e ho brindato alla nostra salute. Anche la mia cagnolina si è resa conto che ero felice e ha abbaiato con gioia (più probabilmente perché  spaventata dal botto).

È proprio bello volerci bene. Ringraziamo Dio e continuiamo a lavorare insieme, con affetto, per meritarci la sua benedizione.

Già che ci sono aggiungo che la “rivista” sta avendo un successone. Passate parola soprattutto a coloro che hanno avuto in famiglia una “canossiana”.